mercoledì 30 dicembre 2009

LA MAPPA DI PIRI REIS




I MISTERI DELLA MAPPA DI PIRI REIS ©di Diego Cuoghi
Uno studio sulle controverse mappe di Piri Reis, Orontius Finaeus, Philippe Buache.



I MISTERI DELLA MAPPA DI PIRI REIS ©di Diego Cuoghi
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LA MAPPA DI PIRI REIS
Così come nessuno oggi crede che siano mai esistiti gli strani abitanti della regione del lago Baikal che vediamo in questa immagine, tratta dal trecentesco "Le Livre Des Merveilles", nessuno dovrebbe prendere per testimonianze geografiche assolutamente certe e credibili le antiche mappe di navigazione cinquecentesche, redatte prima della scoperta di precisi metodi di rappresentazione cartografica e soprattutto del modo di calcolare in modo accurato la Longitudine.
Le carte geografiche disegnate fino a quel periodo spesso si basavano su sistemi di rappresentazione simbolici, potevano mettere il nord in basso e il sud in alto, o Gerusalemme al centro del mondo, o enfatizzare la grandezza di una nazione a spese di altre meno importanti. Inoltre in moltissimi casi le mappe non derivavano da osservazioni dirette ma da altre mappe più o meno adattate alle pretese di.nazioni come Spagna e Portogallo, in contrasto tra di loro per il dominio sulle terre scoperte di recente. A questo aggiungiamo il fatto che fino al 1507 si pensava che quelle nuove terre, toccate prima da Colombo e poi da Vespucci, facessero parte dell'Asia, non di un nuovo continente. Per questo motivo certe mappe univano parti dell'estremo oriente conosciuto con parti delle nuove terre da poco esplorate e a queste venivano spesso aggiunte "terre incognite" a sud, per richiamarsi all'idea del mondo dei filosofi dell'antica grecia riportati in auge nel rinascimento. Nelle stesse carte geografiche poi vengono spesso rappresentati altri luoghi mitici, come il "Regno del Prete Gianni", l'isola di Brazil, il Paradiso Terrestre, la Torre di Babele o l'Isola di San Brandano.
Se però provate a fare una ricerca in internet inserendo le parole "Piri Reis map" troverete una quantità di siti più o meno dedicati ai "misteri" in cui si afferma che questa mappa, datata "anno islamico 919" (il nostro 1513) e scoperta nel 1929 quando il vecchio Palazzo Imperiale di Istambul venne trasformato in museo, conterrebbe una rappresentazione precisa delle coste dell'Antartide, all'epoca ancora sconosciuta. Lo stesso dicasi per altre famose mappe, quelle di Orontius Finaeus del 1531 e di Philippe Buache del 1739. Queste mappe, secondo Charles Hapgood, autore di "Mappe degli antichi re del mare - Le prove di una civiltà avanzata nell'era glaciale", conterrebbero la rappresentazione precisa dell'Antartide prima della glaciazione. Lo stesso viene sostenuto da Von Daniken in "Chariots of Gods" e da Flavio Barbiero in "Una civiltà sotto ghiaccio". Chi però in anni recenti ha diffuso maggiormente queste teorie è il solito Graham Hancock nel suo best seller fanta-archeologico "Impronte degli Dei" (pagg. 9-35)
Secondo molti appassionati dei misteri le mappe vennero redatte a partire da raffigurazioni antichissime, forse risalenti alla mitica Atlantide, oppure vennero disegnate a partire da visioni possibili solo dall'alto di aerei o UFO, o basate su fotografie. Questo perchè le conoscenze scientifiche dell'epoca non avrebbero potuto permettere una simile corrispondenza con la realtà.
Hapgood e Hancock affermano che la raffigurazione del continente antartico in queste mappe sarebbe precisissima e, indicando fiumi, laghi e montagne, farebbe supporre che la redazione di quell'antichissimo modello cartografico sarebbe avvenuta 15.000 anni fa. Inoltre questa rilevazione sarebbe stata possibile solo da un satellite sospeso ad altissima quota sopra... l'Egitto. Il solito Egitto dei misteri...



La spiegazione che cercherò di dare in questa pagina è molto più semplice. La mappa dell'ammiraglio turco Piri Re'is è solo una parte della mappa originale, che raffugurava tutto il mondo conosciuto. In questa porzione superstite si vedono l'oceano Atlantico, le coste occidentali dell'Europa e dell'Africa e quelle orientali dell'America. E' datata "anno islamico 919" quindi il nostro 1513 (ma venne presentata al Sultano nel 1517).
Secondo quanto dichiarato dal suo autore è stata redatta a partire da "venti carte più antiche e di otto mappamondi". È molto probabile che Reis si sia servito anche dei resoconti degli esploratori del Nuovo Mondo, soprattutto Portoghesi perchè costoro vengono continuamente citati nelle note sulla mappa, trascritte dallo studioso turco Afet Inan nel 1954 nel libro The oldest map of America (segnalo anche un sito italiano che contiene la traduzione delle note, a cura di Marco Capurro). È da notare che pur essendo questa e altre mappe piene di testi e didascalie, chiare e leggibilissime, nessuno degli autori che le usa come prove per le tesi fanta-archeologiche ne cita una sola frase.
Nella carta di Piri Reis l'unica parte abbastanza particolareggiata dell'America del Sud è la costa dell'attuale Brasile, ma il Rio delle Amazzoni viene disegnato in due diverse posizioni. Altre zone invece, che pure già erano state esplorate come i Caraibi, appaiono disegnate in modo molto grossolano e con evidenti errori di proporzioni e orientamento.
In una nota Piri Reis afferma di essersi basato anche sulle mappe di Cristoforo Colombo e questo pare confermato dalla particolare (e sbagliata) configurazione data alla zona dei Caraibi. In questa parte della mappa infatti vediamo disegnata quella parte del continente americano in un modo incongruo, con una grande isola disposta lungo l'asse nord-sud, che è difficilmente identificabile con Cuba anche ruotando la mappa di 90 gradi in senso antiorario.















Ma quella che vediamo nella mappa di Piri Reis non è altro che la rappresentazione della costa est dell'Asia come era immaginata e disegnata nelle carte del XV secolo probabilmente utilizzate da Colombo. La grande isola contornata in rosso è identificabile con il Giappone (Cipango) così come è raffigurato nel mappamondo di Martin Behaim del 1492.














. . . . . . Il Giappone (Cipango) in una riproduzione del mappamondo di Martin Behaim (1492), confrontato con la zona dei Caraibi nella mappa di Piri Reis. In quell'epoca infatti si riteneva che la Terra fosse molto più piccola di come è in realtà e l'Asia veniva immaginata al di là dell'Oceano Atlantico, non molto lontana dalle isole Azzorre e dalla leggendaria isola di San Brandano (che compare anche nella mappa di Reis pur non essendo mai esistita se non nei racconti sulle vite dei santi). Proprio per questi aspetti la mappa di Piri Reis è un documento importantissimo, perchè contiene preziose informazioni sulle "mappe di Colombo", una delle quali probabilmente venne disegnata da Toscanelli. All'epoca di Piri Reis l'America del sud era già stata esplorata prima da Amerigo Vespucci e poi da Binot Paulmier de Gonneville. Vespucci effettuò due viaggi nel nuovo continente tra il 1499 e il 1502 spingendosi fino al 50° parallelo, non molto distante dallo stretto di Magellano e dalla Terra del Fuoco; non è sicuro invece che abbia partecipato a un terzo viaggio tra il 1503 e il 1504. De Gonneville invece rimase nelle terre a sud del Brasile tra il 1503 e il 1505 e al ritorno in Francia portò con sè un indigeno che venne chiamato Essomericq.
Anche dopo i viaggi di Amerigo Vespucci, che per primo si rese conto di trovarsi in un nuovo continente e non in Asia, verrà denominata "America" solo quella del Sud. Per diversi anni si continuò infatti a ritenere che le nuove terre scoperte a nord dei Caraibi facessero parte dell'Asia, e che il Giappone (Cipango) si trovasse poco a Ovest di Cuba, come possiamo osservare nei mappamondi del primo '500, ad esempio quelli di Giovanni Contarini e Francesco Rosselli. Per questi motivi la mappa di Piri Reis, compilata a partire da mappamondi più vecchi assieme a qualche nuova conoscenza di terza mano, è una raffigurazione delle nuove terre che si affacciano sull'Oceano Atlantico molto approssimativa. Perfino mappe risalenti all'inizio del secolo (Juan de La Cosa, 1500; Cantino, 1502) sono più precise nel disegno e nell'orientamento di isole come Cuba, Giamaica e PuertoRico. Ma non è per la precisione geografica che questa mappa è imprortante, bensì per il fatto che quasi certamente l'America centro-settentrionale che vi è raffigurata è stata ricopiata da una delle carte originali di Cristoforo Colombo.

L'unica parte dell'America che probabilmente Piri Reis ha ricopiato da una carta abbastanza accurata è la costa dell'attuale Brasile, ma se sovrapponiamo le due linee costiere possiamo facilmente renderci conto che la corrispondenza è solo apparente.


















Il particolare che entusiasma gli appassionati del mistero è però l'estremità inferiore della mappa di Piri Reis, che viene identificata con l'Antartide.Molti affermano che è possibile riconoscere la Terra della Regina Maud e altri territori di quel continente che non sarebbero stati esplorati se non secoli dopo. Purtroppo costoro, Hancock compreso, sostengono questa ipotesi senza fare nessun confronto cartografico o verifica, solamente prendendo per buone le affermazioni di Charles Hapgood (inoltre Hancock nelle note dei primi due capitoli di "Impronte degli Dei", quelli in cui tratta delle carte geografiche, non segnala nessun libro sulla storia della cartografia, dimostrando così di non aver nemmeno fatto un tentativo di informarsi, e si limita a citare solamente il lavoro di Hapgood).
Inoltre nessuno di loro spiega, se davvero la carta di Reis è così precisa come sostengono e se quella raffigurata in basso è l'Antartide, che fine hanno fatto i 2000 chilometri di costa dal Brasile alla Terra del Fuoco (tutta l'Argentina), e come mai questa strana Antartide è attaccata al Brasile invece che trovarsi a più di 4000 chilometri a sud.











Basta osservare con attenzione quella parte di mappa per accorgersi, anche senza essere esperti cartografi, che vi è rappresentata solo l'estremità del continente sudamericano, nei modi approssimativi che permettevano le scarse conoscenze dell'epoca. La raffigurazione è deformata, piegata a destra, molto probabilmente per adattarsi alla particolare forma della pergamena. Non dimentichiamo poi che le carte geografiche in quell'epoca servivano anche come strumenti politici. Disegnare una terra da una parte o dall'altra del meridiano chiamato "la Raya" che faceva da confine tra l'area di influenza della Spagna e del Portogallo, poteva servire ad accampare pretese di possesso dell'una o dell'altra potenza marinara. Piri Reis nelle note cita continuamente le mappe dei portoghesi ai quali avrebbe fatto comodo che la costa dell'America del sud sotto il Brasile curvasse decisamente a destra, verso l'Africa, in modo da rientrare nei 180° assegnati al Portogallo dal trattato di Tordesillas del 1494.

















Non dobbiamo dimenticare inoltre che la Longitudine sarebbe stata calcolata in modo preciso solo nel secolo successivo per cui nelle carte venivano usate notevoli approssimazioni e stili diversi da un tipo di mappa all'altro. Quelle chiamate "portolani" servivano ad esempio per rappresentare le rotte tra i vari porti ed erano notevolmente semplificate, un po' come le nostre mappe delle linee ferroviarie o delle metropolitane.
Per identificare i luoghi descritti nella parte sud della mappa di Piri Reis possiamo ruotare di 90 gradi in senso antiorario una carta del sudamerica. Teniamo presente comunque che mancando precisi strumenti di misurazione il disegno di queste coste appena scoperte avveniva sulla base dei primi resoconti di viaggio che parlavano di promontori, isole, estuari di fiumi, golfi... Le carte quindi contenevano informazioni e dati geografici non ancora correttamente calcolati e messi in proporzione l'uno con l'altro.
Si riconoscono però nella carta di Piri Reis, pur deformati, alcuni particolari come il golfo San Matias e la penisola di Valdes, e l'estremità potrebbe essere la Terra del Fuoco. Volendo azzardare si potrebbe perfino identificare l'imboccatura dello Stretto di Magellano, con il caratteristico piccolo golfo. Se osserviamo bene l'estremità inferiore a destra, quella che dovrebbe rappresentare l'Antartide, si vede il disegno di un serpente, e nella nota di Piri Reis si legge: "Questa terra è disabitata. Tutto è rovina (desolato?) e si dice che siano stati trovati grossi serpenti. Per questa ragione gli infedeli Portoghesi non sono sbarcati in queste terre che si dice siano molto calde". Certamente una descrizione del genere non ha niente a che fare con l'Antartide.
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Nella mappa di Piri Reis, in basso, compare un arcipelago con un'isola più grande delle altre. Potrebbe trattarsi di una primitiva rappresentazione delle isole Falkland (Malvinas), e può sembrare un particolare strano, perchè il piccolo arcipelago venne "ufficialmente" scoperto nel 1592. Ma un gruppo di isole al largo del 50° parallelo è visibile anche nella carta di Martin Waldseemuller del 1507. È quindi possibile, pur non essendo documentato ufficialmente, che qualcuno dei navigatori che costeggiarono l'estremità sud dell'America nel primo decennio del '500 abbia effettivamente avvistato un arcipelago e ne abbia fatto menzione. In certe pagine web relative alla storia delle Isole Falkland viene suggerita questa ipotesi (vedi pagina 1 e pagina 2), e si fanno i nomi di Amerigo Vespucci e di Binot Paulmier de Gonneville.
. . Carta di Waldseemuller del 1507, con un particolare dell'America del Sud esplorata da Amerigo Vespucci fino al 50° parallelo
Proprio dalle esplorazioni di Vespucci e dai suoi resoconti di viaggio deriva la carta di Waldseemuller. Questo è il primo documento in cui compare la parola "America", dato dal'autore al nuovo continente in onore di Amerigo Vespucci. Anche questa carta, così come quelle utilizzate da Colombo, può essere stata alla base del lavoro di compilazione realizzato da Piri Reis.
Dopo l'ultimo viaggio di Vespucci le spedizioni alla ricerca di un passaggio verso l'Asia si moltiplicarono, sempre con risultati negativi fino al 1520. Non è quindi azzardato pensare che prima del 1513 altre spedizioni possano aver percorso il breve tratto di costa che rimaneva, fino allo stretto che si trova al 54° parallelo. Quello stretto poi prenderà il nome da Magellano, che riuscirà nel 1520, a capire che non si trattava di un golfo ma di un passaggio tra l'Oceano Atlantico e il Pacifico. Il navigatore riuscirà così, con grandi difficoltà ad attraversarlo, raggiungendo poi le Isole Filippine.
Il territorio a sud dello stretto venne all'epoca ritenuto l'estremità nord di quel grande continente che secondo la tradizione tolemaica doveva trovarsi nell'emisfero sud per equilibrare la quantità di terre emerse in quello nord. E "Terra Australis Incognita" è la dicitura che in molte carte e planisferi di quel periodo si legge sulla terra al di là dello Stretto di Magellano che venne chiamata Del Fuoco a causa dei falò dei villaggi, intravisti dal navigatore durante la traversata.
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La Terra del Fuoco, alla cui estremità si trova Capo Horn, battuto dai venti e tempestoso, venne circumnavigata solo nel 1615 e anche in questo caso il motivo non fu il desiderio di conoscenza ma un semplice interesse economico. Infatti due olandesi Cornelius Shouten e Jacob Lemaire vollero raggiungere i mari dell'Indonesia evitando le rotte già note (Stretto di Magellano, Capo di Buona Speranza), per percorrere le quali non avevano il permesso della Compagna delle Indie. Riuscirono nell'impresa ma una volta giunti a Giava furono arrestati dalle autorità olandesi le quali non vollero credere alla nuova rotta da loro seguita perchè ritenevano la Terra del Fuoco una penisola unita alla "Terra Australis".
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I MISTERI DELLA MAPPA DI PIRI REIS ©di Diego Cuoghi
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LA CARTA DI ORONTIUS FINAEUS (Oronce Fine)






Un'altra famosa mappa, considerata da Graham Hancock e altri appassionati di "misteri" la prova che l'Antartide era già conosciuta secoli prima della sua effettiva esplorazione ed era già stata misurata in modo preciso è quella pubblicata nel 1531 da Oronce Fine (chiamato Oronzio Fineo in italiano e Orontius Finaeus in latino), un importante matematico che disegnò anche carte geografiche basate su studi geometrici dei diversi tipi di proiezione sferica o cordiforme.
Questa carta raffigura attorno al polo sud un grande continente chiamato "Terra Australis". Ma anche in questo caso, anzi, soprattutto in questo caso dovrebbe apparire molto evidente che questo continente, chiaramente separato dall'America del Sud dallo stretto di Magellano, non è l'Antartide ma la rappresentazione di una terra mitica, composta unendo le poche informazioni reperibili sulle terre da poco raggiunte all'estremo sud del mondo conosciuto.
LA "TERRA AUSTRALIS INCOGNITA"
Sono moltissime infatti le mappe che raffigurano la "Terra Australis Incognita", il continente che "doveva" esserci secondo i filosofi greci, già a partire da Pitagora. Essi avevano già immaginato che la Terra fosse sferica, ne avevano anche calcolato con buona approssimazione il diametro (Eratostene nel terzo secolo a.C.) e pensavano che se c'erano terre emerse a nord dovevano essercene altrettante anche a sud, altrimenti il mondo sarebbe risultato sbilanciato. Sul mito della Terra Australis sono stati scritti moltissimi libri e in tutti gli studi sulla storia della cartografia sono pubblicate le carte geografiche che raffigurano questo fantastico continente, che però non è l'Antartide privo dei ghiacci ma una terra immaginaria. Dopo le prime esplorazioni seguite alla scoperta dell'America i navigatori portarono notizie su nuove terre scoperte a sud e questo rafforzò l'idea che il continente mitico esistesse davvero, per questo venne rappresentato in molte mappe cinquecentesche. In quelle carte, come in moltissime altre è rappresentata quindi la Terra Australis Incognita, un mito non diverso da quello del Paradiso Terrestre (anche questo viene spesso rappresentato nelle carte medioevali), del Regno del Prete Gianni (anche questo compare spesso, di solito localizzato nell' Africa orientale) e dell'Eldorado.
...
Quel grande continente che nella carta di Finaeus occupa gran parte dell'emisfero sud è chiamato "Terra Australis recenter inventa sed non plene cognita" ovvero Terra Australe di recente scoperta ma non completamente conosciuta. Anche da questo si capisce che non si può trattare, come pretendono gli scrittori del mistero, di una rappresentazione del continente antartico prima della glaciazione (si vedono monti, valli, fiumi...) ma di terre raggiunte di recente e solo parzialmente conosciute dai navigatori dell'epoca.
Oltretutto la vera Antartide non si trova a contatto dell'America del Sud, separata da questa solo dallo stretto di Magellano. Il continente australe è anzi molto distante dallo stretto e le parti più settentrionali si trovano più di 1000 chilometri a sud della Terra del Fuoco. Il mappamondo di Fineo è quindi una carta approssimativa, idealizzata, dove le terre solo intraviste o lambite dai navigatori vengono unite tra di loro fino a formare un grande continente australe.
Quali possono essere queste terre "recenter inventa sed non plene cognita"? Una è sicuramente la Terra del Fuoco, costeggiata da Magellano nel 1520, che per tutto il XVI secolo verrà ritenuta una delle estremità settentrionali della Terra Australis. La mappa di Fineo quindi non appare, nella descrizione di quella regione, diversa da tante altre dello stesso periodo.
.... .... Lo Stretto di Magellano nelle carte di Finaeus, Apian e Munster.
Ma anche un'altra terra, all'estremo sud del mondo conosciuto, cominciava ad essere visitata dai navigatori portoghesi che nei primi decenni del XVI secolo si erano già spinti fino alle isole dell'arcipelago indonesiano...
Nella mappa di Fineo si possono vedere in alto le isole di Java e Timor, quindi di quel continente chiamato "Terra Australis", che si pensava si estendesse fino allo stretto di Magellano quindi all'America del Sud, potrebbe far parte anche l'Australia che si trova proprio a sud est di Java e Timor. Il grande golfo evidenziato nella Terra Australis può quindi essere una primitiva rappresentazione del Golfo di Carpentaria, al cui interno sono riconoscibili le due isole, Groote Island e Wellesley Island.


La "Terra Australis" della mappa di Oronzio Fineo a confronto con l'Australia.
In entrambe le carte in alto a sinistra si trova l'isola di Java o Giava.
La costa nord dell'Australia, e in particolare la regione chiamata "Regio Patalis" a destra di un grande golfo, è riconoscibile anche in molte carte della metà del '500 e certamente era stata raggiunta dai portoghesi ben prima del viaggio di Tasman nel 1642 o della scoperta "ufficiale" da parte del Capitano Cook. Su questo argomento sono stati pubblicati di recente diversi studi, i più conosciuti dei quali sono: Roger Hervé, Découverte fortuite de l’Australie et de la Nouvelle-Zélande par des navigateurs portugais et espagnols entre 1521 et 1528, Comité des travaux historiques et scientifiques, Paris, Bibliothèque Nationale, 1982; Kenneth Gordon McIntyre, "The Secret Discovery of Australia: Portuguese Ventures 250 Years before Capt. Cook." Sydney, Pan, 1977.
Già nelle mappe della fine del '400 compare infatti l'arcipelago indonesiano (Java, Sumatra, Borneo, Celebes) e certamente molti navigatori erano a conoscenza di una grande terra inesplorata a sud, e lo stesso Marco Polo aveva parlato di una grande isola a sud di Java, conosciuta dai cinesi e ricca di oro e conchiglie.
All'inizio del '500 i Portoghesi avevano inziato la colonizzazione di quelle isole poco distanti dall'Australia, che risultavano appartenere alla loro giurisdizione. Si erano spinti fino a Java e la Malacca (1511) e Timor (1515), avevano probabilmente già raggiunto le coste nord di una grande terra sconosciuta. La spedizione di Mendonca a sud di Timor.è infatti del 1522. Il navigatore partì alla ricerca delle "Indie del sud", citate in molti racconti di navigatori europei e cinesi. Cristóvão de Mendonça attraccò in quella che all'inizio gli parve una grandissima isola. Al ritorno in Portogallo De Mendonca tenne la scoperta segreta per evitare che potesse essere sfruttata dagli spagnoli. La posizione della linea di demarcazione tra Spagna e Portogallo nel Pacifico era infatti ancora molto controversa.
Una terra molto estesa chiamata "Grande Java", situata a sud di Java e Sumatra, compare in molte carte francesi del '500 che riportano nomi geografici portoghesi. Potrebbero essere state tutte copiate dalla stessa carta originale forse trafugata dal Portogallo dal vescovo Miguel De Silva. Egli venne accusato di aver portato illegalmente fuori dal paese documenti riservati, e anche le carte geografiche erano considerate tali, perchè potevano fornire ad altre nazioni informazioni importanti per le conquiste coloniali.
A quei tempi infattii viaggi e le esplorazioni non venivano intrapresi per sport, o per desiderio di conoscere. L'importante era aprire nuove rotte e trovare terre sfruttabili, spezie, metalli preziosi. ma quella "Terra Australis recenter inventa" rimase per molto tempo inesplorata perchè non offriva all'apparenza "altro che coste aride, abitate pochi selvaggi in condizioni così arretrate che non era possibile intendersi con loro neppur vagamente" ("Storia delle Esplorazioni", di Ugo Dettore, Ist. Geogr. De Agostini). L'Australia compare chiaramente nella mappa di Cornelius De Jode del 1593 e in mappamondi dell'inizio del sec XVII, ma solo nel 1642 l'olandese Abel Tasman navigò a sud della Tasmania e della Nuova Olanda, l'attuale Australia, scoprendo che questa terra non apparteneva al mitico continente australe, ma era una grandissima isola.

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LA CARTA DI PHILIPPE BUACHE





C'è poi una terza mappa, anche questa pubblicata da Graham Hancock nel suo libro "Impronte degli dei" (Fingerprints of Gods) come prova che l'Antartide era già conosciuta secoli prima della sua effettiva esplorazione. È quella di Philippe Buache, pubblicata sicuramente dopo il 1739 (Hancock invece dice 1737) perchè nelle didascalie è citato il viaggio del capitano Charles Bouvet che aveva raggiunto nuove terre a sud del Capo di Buona Speranza il primo gennaio di quell'anno. In effetti la carta pare assai strana,il polo Sud si trova al centro di un Mar Glaciale ed è circondato da due grandissime isole che formano un immenso continente australe. In questo caso però la somiglianza con l'Antartide è scarsissima, ma gli appassionati del mistero non si scoraggiano e arrivano a dire che questa mappa rappresenta l'Antartide prima che fosse ricoperta dal ghiaccio, centinaia di migliaia di anni fa.
Anche questa volta la verità è molto più semplice e rivela il modo di operare di questi autori di best-sellers fanta-archeologici. In questo caso ad esempio non si curano minimamente della pur evidente quantità di testo, descrizioni, didascalie, note, presenti nella carta di Buache, che se lette avrebbero spiegato chiaramente che cosa voleva rappresentare il cartografo. Inoltre tengono nascosto al lettore una informazione molto importante, il fatto che di questa carta esistono due versioni.

La prima contiene solo le informazioni reali sulle nuove terre recentemente scoperte all'estremo sud del mondo: l'Australia, la Tasmania, la Nuova Zelanda, l'isola di Bouvet con il Capo della Circoncisione, un'altra terra a sud della Terra del Fuoco (forse una delle isole Shetland).
Nella seconda invece l'autore ha disegnato un continente immaginario unendo tra loro quelle poche parti di costa effettivamente esplorate fino a quel periodo (disegnate in rosso), e arrivando a creare così l'ultima erede della mitica "Terra Australis Incognita" raffigurata in molte carte e mappamondi rinascimentali. Buache quindi non ha rappresentato l'Antartide come era centinaia di migliaia di anni fa ma ha solo lavorato di fantasia, un po' come succede in quei giochi della Settimana Enigmistica in cui si uniscono i puntini misterosi per vedere "che cosa apparirà". In particolare Buache si è ispirato, nel disegnare la forma della Terra Australis, al Mappamondo di Gerard De Jode del 1593, mentre alcune denominazioni di parti della Terra Australis (ad esempio la Terre Des Perroquets) derivano dal mappamondo di Gerard Mercator del 1541, che citava i racconti di Marco Polo.
La carta, nelle sue due versioni, è doviziosa di informazioni, tutte relative a viaggi compiuti all'estremo sud del mondo conosciuto (in una pagina web c'è la trascrizione dei testi in francese e la traduzione in inglese). In particolare viene citato il capitano Bouvet, che scoprì il 1 gennaio del 1739 un nuovo territorio a sud del Capo di Buona Speranza, lo chiamò Capo della Circoncisione (il 1 gennaio è appunto dedicato a questa ricorrenza) e lo descrisse parlando di una grande montagna di ghiaccio, aspra e inaccessibile. Ma anche lui, come già Magellano con la Terra del Fuoco, non si rese conto che quella era un'isola, pensò che fosse una parte settentrionale del mitico continente australe. Nelle carte di Buache il viaggio di Bouvet è segnato in modo preciso, con le date e la rotta seguita. Inoltre sono descritti spesso gli icebergs incontrati in questi viaggi. Il Capo della Circoncisione è chiaramente rappresentato nella seconda carta e viene descritto come facente parte del continente australe.
Chi sostiene che Buache abbia rappresentato l'Antartide di decine di migliaia di anni fa, quando ancora i ghiacci non la ricoprivano, dimostra solo di non aver mai fatto nessuno studio serio su queste carte e di aver solo ripetuto in modo superficiale cose errate dette da altri.

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ATLANTIDE SOTTO GHIACCIO?
Non solo Erich Von Daniken e Graham Hancock hanno ripreso le teorie di Charles Hapgood sulla mappa di Piri Reis e altre rappresentazioni cartografiche medievali e rinascimentali.
Flavio Barbiero ha infatti pubblicato il libro "Una civiltà sotto ghiaccio" in cui ipotizza che la leggendaria Atlantide si trovi sepolta sotto i ghiacci dell'Antartide. Barbiero è un ingegnere, entrato nella Marina Militare nel 1961 ha successivamente trascorso gran parte della sua carriera professionale nei centri di ricerca della Marina Militare e della NATO. Purtroppo anche lui, a metà di un libro altrimenti serio e documentato, non resiste alla tentazione di vedere nelle mappe antiche quello che non c'è mai stato.
In "Una civiltà sotto ghiaccio", oltre alla mappa di Piri Reis, sono pubblicati diversi mappamondi medioevali el'autore afferma che il "mondo" che viene lì rappresentato è Atlantide, che è identificabile con l'Antartide. In quelle carte riconosce il Mare di Ross, la baia di McKenzie, la zona di Weddell e altre parti del continente attorno al Polo Sud. A proposito di alcune mappe afferma che si tratterebbe della rappresentazione di Atlantide/Antartide come era 10.000 anni fa, di altre dice che la raffigurerebbe addirittura nel Pleistocene (il periodo compreso tra 1.600.000 e 11.000 anni fa).
Tutto questo senza curarsi del fatto che in quelle carte compaiono chiaramente non solo nomi geografici europei, asiatici e africani, ma anche rappresentazioni di luoghi mitici come il Paradiso Terrestre, o delle tombe degli Apostoli.... Vediamo qualche esempio delle carte che rappresenterebbero Atlantide.


Barbiero afferma che il disegno raffigura Atlantide, quindi l'Antartide. Vi riconosce la "fitta rete di canali analoga a quella descritta da Platone".
Si tratta invece di una delle tante raffigurazioni medioevali del mondo composte secondo lo schema tripartito Asia (in alto) Europa (in basso a sin.) e Africa (in basso a destra). Il mondo è circondato dall'Oceano, oltre il quale sono raffigurati i dodici venti, e Gerusalemme è al centro del mondo. Sono disegnate anche molte città fortificate (Roma, Atene, Costantinopoli, Nazareth, Damasco, Babilonia, Alessandria) e diverse regioni (Spagna, Inghilterra, Grecia, Germania, Ungheria, Egitto, Etiopia, Mesopotamia, Sardegna, Sicilia, Cipro...), tutte con la loro denominazione ben in evidenza.Sono disegnati anche i mitici Gog e Magog (Ezechiele, 38-39), così come il Paradiso Terrestre.
Questo tipo di mappamondo non teneva conto delle conoscenze geografiche ma era inteso come una rappresentazione ideale e filosofica e si basava sullo schema O-T, derivato dai manoscritti di Isidoro di Siviglia, che possiamo vedere nell'immagine a destra. Da notare che proprio questo era anche l'orientamento delle cattedrali romaniche e gotiche, che avevano quasi sempre l'abside rivolto a oriente.

L'impostazione di questa carta si rifà alla filosofia di Ugo di San Vittore, che concepiva il mondo come un'Arca per tutti i mortali. Nella carta possiamo leggere oltre 200 toponimi, per lo più classici e biblici, quelli in Asia e Africa, moderni quelli in Europa. Si vedono persone che salpano verso Gerusalemme (sempre al centro del mondo) da Brindisi, e forse la prima citazione del Passo di San Gottardo. In basso a sinistra è l'Inghilterra, disegnata in rosso con molti dettagli, ed è piena di città. Nel rettangolo vuoto in alto avrebbe forse trovato posto, come in altre mappe simili, il Paradiso Terrestre. Il Mar Rosso è disegnato con grande evidenza in rosso.

Anche questo planisfero è basato sullo schema a T. Ma la sua peculiarità è che il Mondo è raffigurato come il corpo di Cristo, con la testa in alto, quindi a Est, le mani a Nord e Sud e i piedi a Ovest.
Vediamo raffigurati i luoghi più importanti del mondo (reale e mitologico): il Paradiso Terrestre con i suoi quattro fiumi, il Gange, le montagne della Cina, la terra dei Persi, l'Egitto con il Nilo e i coccodrilli, la Francia con Parigi, l'Inghilterra e la Scozia, Roma, Venezia...
Anche questa mappa non tiene conto delle reali conoscenze geografiche ma rappresenta il mondo idealizzato, secondo principi filosofico-religiosi.
L'originale è andato distrutto durante la seconda guerra mondiale e ora rimangono solo alcune copie di epoche successive e una fotografia.


In questa mappa lo schema a T è meno evidente e l'area del mediterraneo inizia ad essere rappresentata in modo più accurato. Anche in questo caso però la predominanza nei luoghi rappresentati è data alle storie bibliche. Due isole mitiche sono posizionate al largo dell'Oceano Atlantico, oltre Gibilterra: la mitica Antilia e Satanaxium, l'isola dei demoni.
A destra lo schema della mappa ruotato di 90°, in modo da portare il Nord in alto..
Secondo Barbiero anche questo mappamondo raffigurerebbe Atlantide 10.000 anni fa.




Continua la serie delle raffigurazioni simboliche del mondo, legate alle concezioni medioevali. Questa (di cui esistono altre due varianti) presenta però alcuni tratti moderni, ad esempio la forma del Mediterraneo e dell'Europa orientale è stata ricavata da portolani (mappe nautiche), certi nomi derivano dalla Geografia di Tolomeo e in alcuni particolari dell'Asia si vede l'influenza di Marco Polo.
Attorno al mondo c'è un calendario degli anni 1448-1494, con la possibilità di calcolare il giorno di Pasqua. Gerusalemme continua ad essere posizionata al centro del mondo, a Nord e a Sud vediamo due zone colorate di rosso e definite inabitabili perchè rispettivamente troppo fredda e troppo calda.
Secondo Barbiero anche questo mappamondo raffigurerebbe Atlantide, in questo caso nel periodo del Pleistocene.


Più che improntato al simbolismo religioso questo mappamondo rappresenta le grandi civiltà della storia: Babilonia, Media, Macedonia e Roma. Le coste dell'Inghilterra (in basso a sinistra), della Danimarca, del Peloponneso, Francia e Spagna sono rappresentate in modo più realistico di quelle delle altre carte dell'epoca. Non è presente il Paradiso Terrestre. Contiene informazioni di natura enciclopedica, classiche e bibliche. La carta mostra le migrazioni degli Ebrei e cita Betlemme. Gog e Magog sono confinati dietro a un muro nel nord-est dell'Asia, si vedono uomini con la testa di cane e grifoni, e in Africa un leone.


Secondo Barbiero "la corrispondenza con il profilo dell'Antartide pleistocenica è straordinaria. Si noti la Baia di Ross in alto a destra, la Baia McKenzie a sinistra, entrambe con il loro caratteristico profilo".
Secondo gli studiosi di storia e di cartografia questo, che è il più grande planisfero medioevale sopravvissuto, rappresenta l'apice della tradizione "classica" delle carte geografiche. In alto si può vedere il Giudizio Universale, con la Madonna che prega per il genere umano. Al centro c'è sempre Gerusalemme sormontata da una immagine della crocifissione, i nomi dei luoghi rievocano i quattro imperi della storia umana, i viaggi degli apostoli e le vie dei pellegrinaggi, ma anche storie mitologiche, come quella del Vello d'Oro. Sono raffigurati e nominati precisamente anche Alessandria col suo faro, il delta del Nilo con le Piramidi,il Mar Rosso, l'India col fiume Gange e il solito Paradiso Terrestre in alto, a Est.
L'immagine dell'Inghilterra e del Galles contiene rappresentazioni della Lincoln Cathedral e dei castelli gallesi costruiti di recente per Edoardo I. Inoltre sono rappresentate le rotte commerciali contemporanee in una commistione di significati sacri e profani.
Nel libro di Barbiero sono riprodotte anche altre mappe, tutte identificate con la mitica Atlantide, in tutti i casi senza il minimo fondamento nè una prova di queste affermazioni. L'unico metodo "scientifico" utilizzato dall'autore è la somiglianza. Ma visto che comunque questi planisferi non somigliano affatto all'Antartide di oggi si afferma che raffigurerebbero l'Antartide/Atlantide di centinaia di migliaia di anni fa, addirittura nel Pleistocene. Secondo Barbiero infatti "tutti i planisferi medioevali non sono altro che riproduzioni più o meno stilizzate e adattate di antichissime carte geografiche dell'Antartide".
Quello che però è sfuggito a Barbiero è che in molte di queste carte medievali è rappresentata chiaramente, nell'emisfero sud, la mitica Terra Australis, con un grande mare che la separa dal mondo conosciuto (Europa, Asia, Africa).
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Anche tutte le carte derivate dal Beatus, mostrano chiaramente la regione degli "Antipodes" all'estremo sud del mondo, e in alcune viene chiaramente disegnato un personaggio che sembra appeso con i piedi sopra la testa (antipode).

Dunque non è possibile che quella che secondo lui è una rappresentazione dell'Antartide contenga al suo interno un'altra rappresentazione della stessa Antartide. Questi mappamondi medievali erano basati sulla fede, sui racconti bilblici e mitologici, non certo su fantomatiche carte geografiche di Atlantide conservatesi non si sa come per più di 10.000 anni e finite nelle mani dei monaci europei (di che materiale avrebbero dovuto essere fatte per durare tanto? e se sono durate tanto da arrivare ai monaci come mai non sono citate da nessuno di loro, e soprattutto dove sono finite?).
Oltretutto all'epoca in cui sono stati disegnati quei mappamondi , e questo dovrebbe far capire lo scopo, esistevano già carte geografiche più accurate che si basavano su osservazioni, misure, resoconti di viaggi. Alla metà del '300 ad esempio (all'epoca dei planisferi di Saint Denis e di Hidgen e prima di quello di Andrea Bianco) risale il meraviglioso Atlante Catalano. Il mediterraneo è disegnato in modo abbastanza corretto mentre l'Asia ha ancora l'aspetto fantasioso tipico dei mappamondi del vecchio tipo a T.

I mappamondi medievali che abbiamo visto in precedenza in questa pagina non erano realizzati da navigatori o da cartografi ma quasi sempre da monaci, all'interno delle Abbazie, per scopi simbolici e religiosi, non pratici. Rappresentavano un mondo spirituale, basato sulle Sacre Scritture e sugli insegnamenti della Chiesa, quindi ciò che ritenevano la realtà della fede e non quella geografica, tantomeno quella dell'Antartide.
"Le mappe medievali non avevano funzione scientifica ma rispondevano alla richiesta di favoloso da parte del pubblico, vorrei dire nello stesso modo in cui oggi riviste in carta patinata ci dimostrano l'esistenza dei dischi volanti e in televisione ci raccontano che le Piramidi sono state costruite da una civiltà extraterrestre." (Umberto Eco, "Dalla Terra Piatta alla Terra Cava", in "Segni e sogni della Terra", DeAgostini, 2001).
"Ecco qui un'altra mappa. Sapete da dove proviene? Appare nel secondo trattato della Utriusque Cosmi Historia di Robert Fludd. Fludd è l'uomo dei Rosa-croce a Lomdra, non dimentichiamolo. Ora cosa fa il nostra Roberto de Fluctibus, come amava farsi chiamare? Non presenta più una mappa ma una strana proiezione del globo intero dal punto di vista del Polo, del Polo mistico naturalmente e dunque dal punto di vista di un Pendolo ideale appeso a una chiave di volta ideale. Questa è una carta concepita per essere messa sotto il Pendolo!" (Umberto Eco, da "Il Pendolo di Foucault", Bompiani, 1989).

IL MECCANISMO DI ANTIKYTHERA

MECCANISMO DI ANTIKYTHERA
Un blocco di ruggine. In una teca un po'appartata del museo Nazionale di Atene si trova un curioso oggetto che, a prima vi­sta, assomiglia a un blocco di ruggine. Osservandolo meglio ecco che si vedono emergere dalle incro­stazioni i denti di alcuni ingranaggi. Sono in bronzo, e costruiti con incredibile precisione; si direbbe che appartengono a un moderno orologio abbandonato nell'acqua marina per molti anni.
Come mai il Museo Nazionale riserva uno spazio a un orologio corroso dalla salsedine? Per­chè un orologio non si tratta affatto. Il Meccanismo di Antikythera (così è laconicamente bat­tezzato sulla targhetta della teca) fu rinvenuto, infatti, nel 1900 in una nave affondata intorno all'80 a.C. al largo dell'Isola di Antikythera (tra Creta e la terra ferma). Il meccanismo venne portato al Mu­seo di Atene insieme ad altri reperti; solo due anni dopo l'archeologo Valerio Strais si accorse che si trattava di un sofisticato apparecchio, composto da almeno trenta ingranaggi ricoperti da iscrizioni in greco.
Antenato del computer. Il meccanismo di Antikythera è stato studiato all'università di Yale e finalmente ricostruito grazie alla paziente fatica del professor Derek De solla-Price. Si tratta di una sorta di computer astronomico in grado di determinare le relazioni tra il Sole, la Luna, la Terra e le stelle. Probabilmente era contenuto in una scatola, dal cui esterno era possibile manovrare gli in­granaggi per mezzo di manopole. Il “mistero” consiste nel fatto che, nell'80 a.C., simili apparecchi “non avrebbero dovuto esistere”: gli studiosi di cose antiche concordano infatti nell'affermare che in quel tempo la tecnologia non era in grado di produrre apparecchiature di tale precisione. Del resto non ne avrebbe prodotte per altri sedici secoli: nel meccanismo si trova infatti un ingranaggio differenziale, inventato (o reinventato) soltanto verso la fine del cinquecento.
L'esistenza di oggetti OGGETTI IMPOSSIBILI e di SCIENZE DIMENTICATE stimolano alcune considera­zioni. O si ammette l'esistenza di conoscenze “perdute” per qualche ragione ignota e poi riemerse (il che imporrebbe una riscrittura della storia dell'umanità su basi molto diverse da quelle comune­mente accettate) o si deve riconoscere un altissimo grado di fallibilità da parte della storiografia uffi­ciale. Il Meccanismo di Antikythera non può essere il parto di un inventore solitario e ingegnoso (vi sono coinvolte troppe diverse conoscenze); di conseguenza la civiltà greca doveva essere, al contrario di ciò che si è sempre affermato, tecnologicamente evoluta.

Da: l'enciclopedia dei Misteri

venerdì 6 febbraio 2009

I continenti perduti, strane analogie

Qui lascio per iscritto alcuni miei appunti che ho scritto prendendo spunto da testimonianze e piccole mie ricerche per il web. Alcune di queste notizie possono essere fondate, altre meno, alcune del tutto inventate, ma non sta a me decidere...lascio qui alcune ipotesi molto stimolanti e che, forse, lasciano qualche spiraglio di speranza a chi crede davvero nella caduta di antiche civiltà in continenti altrettanto perduti...

Se ci saranno aggiornamenti mi farò vivo.



CONTINENTI PERDUTI APPUNTI:


GEOGRAFIA:

Oceano Atlantico:

- Ritrovamenti presso cuba di costruzioni sommerse
- Presso le Azzorre ritrovamenti di costruzioni.

Oceano Pacifico:
- Ritrovamento presso il Giappone di una piramide a gradoni molto simile a quelle amerinde. Costruita dall’uomo.
- Nelle isole in mezzo al pacifico gli abitanti di quelle isole sono di pelle bianca.
- Ritrovamenti di strade e costruzioni che iniziano e terminano nelle spiagge.
- L’Antartide dopo l’ultima glaciazione si è spostato 2600 km a sud andando a coincidere col polo sud.
- Nell’estate del 2001, un gruppo di ricercatori canadesi guidato da un ingegnere sovietico Pauline Zelisky ha scoperto nel canale dello Yucatan a circa 700 metri di profondità un estesa piana di terra con forme che ricordano piramidi, strade e costruzioni che risalirebbero al periodo preclassico, nella testa degli studiosi è nata subito l’idea: si tratta di Atlantide! Questa scoperta avvalorerebbe le ipotesi sostenute da uno studioso di civiltà antiche, Andrei Collins e un docente dell’università di Pisa, Emilio Spedicato che l’area tra Cuba e le Bahamas è stata inondata e colpita da comete e asteroidi probabilmente nel periodo che descrive proprio Platone.
- L’antartide era un tempo sgombro dai ghiacci e forse poteva ospitare una forma di civiltà prima di ghiacciarsi quando si spostò più a sud. Vedi la carta di Piri Reis.
- Sono stati trovati cocci punici al largo dell’Honduras e tumuli con iscrizioni fenicie. La bravura navigatrice dei fenici potrebbe venire dalla perizia degli Atlantidi.
- Vi furono altri continenti perduti oltre ad Atlantide?
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RELIGIONE E CULTURA:

- Ogni civiltà antica parla di un continente perduto.
- Gli egiziani e gli aztechi dicono che i loro dei derivano dai ovest. Hanno inoltre i capelli biondi, occhi chiari e barba. Sono di pelle bianca.
- Si parla ovunque di un diluvio universale e di grandi sconvolgimenti.
- In Pakistan, in India e sull’Isola di Pasqua sono state trovate incisioni simili e che non hanno un riscontro scientifico.
- Fra gli Aztechi esiste il Cox-cox cioè un Noè messicano che si salvò con la moglie dal diluvio su di un’arca.
- Gli Azteci dicono di venire da Aztlan.
- La regina Mu era nata in Egitto e in Egitto poi tornò.
- Gli Olmechi parlavano di ATLAINTIKA
- I Vichinghi di ATLI
- I Celti di AVALON (se sostiamo la V con la T diventa ATALON)
- I Fenici e Cartaginesi di ANTILLA
- I Berberi di ATARANTES
- Gli Irlandesi di ATALLAND
- I Sumeri parlano di un popolo extraterrestre che avrebbe colonizzato il pianeta perduto e avrebbe poi diffuso la cultura all’umanità.
- Si parla di Lemuria, il continente dove nacquero le scimmie antropomorfe nell’oceano indiano.
- I Baschi parlano di discendere da Atlainika.
- Si parla di Mu un continente perduto nell’oceano pacifico.
- Sia gli Egizi che gli amerindi hanno l’anno diviso in 365 giorni.




CATACLISMI REALI E NATURALI

- Molti scienziati sono d’accordo nel dire che 12500 anni fa ci fu l’ultima inversione dei poli che ha causato grandi sconvolgimenti.
- Caduta di un asteroide nella costa orientale degli attuali USA. Il South Coroline sembra presentare evidenti crateri formati forse da pezzi di asteroidi.
- Forse Thera-Santorini esplosa nel 1500 A.C. potrebbe essere identificabile con Atlantide?


CATACLISMI DICHIARATI

- Platone parla della grande distruzione di Atlantide nel 9000 A.C.
- Secondo l’Oera Linda un grande asteroide cadde nel mare antartico.
- Vi fu la distruzione di un’isola a seguito di grandi smottamenti circa 2500 anni prima di Cristo.


SCOPERTE DI MATERIALI

- Ritrovato un libro su Atlantide “l’Oera Linda”.
- Sul libro Maya “Troano Codex” si parla di un cataclisma che colpisce il continente sud americano 9000 anni prima di Cristo.
- Il Prof. Bird del Museo di Scienze Naturali di Lima trova, studiando i Quechua, un sarcofago di un principe Inca Kapac, molto simile ad un sarcofago egiziano.
- Nel 1954, nel villaggio di DURADOS sul fiume Pira-Evé fu trovato un cameo egizio col volto di una sovrana circondata da geroglifici che dicevano: “Dopo la morte, l’anima della regina salì al mondo di Dio e trovò per le sue virtù, un cielo di pace”.
- Trovate statuine risalenti a 300 mila anni fa. L’arte preistorica inizia circa 200 mila anni fa.

giovedì 7 febbraio 2008

Amazzoni e Valchirie le donne guerriere



AMAZZONI


In nome in greco significa "coloro che non hanno seno", ma nel regno d’Abomey, sono esiste realmente.

Le donne guerriere venivano tradizionalmente governate da due regine, una della pace (politica interna) e una della guerra (politica "estera"). Tra le regine più conosciute si ricordano Mirina e Pentesilea.
In Geografia XI.5.4-5, Strabone descrive il costume delle Amazzoni di compiere, ogni primavera, un visita nel territorio del popolo vicino dei Gargareni i quali si offrono ritualmente per accoppiarsi con le donne guerriere affinché possano generare dei figli. L'incontro avviene in segreto, nell'oscurità, perché nessuno dei due amanti possa conoscere l'identità dell'altro.
La sorte della prole muta a seconda del sesso del nascituro. I maschi, secondo Strabone, vengono rimandati nel luogo d'origine e ogni gargareno adulto adotta un bambino senza sapere se sia o meno suo figlio; le femmine, invece, rimangono con le madri e vengono allevate ed educate secondo i loro costumi e istruite, in particolare, nell'arte della caccia e della guerra.
Le armi principali delle Amazzoni sono l'arco, l'ascia bipenne ed uno scudo particolare, piccolo ed a forma di mezzaluna, chiamato pelta.
Prima di ogni battaglia suonano il sistro, uno strumento che producendo un suono limpido e cristallino, non può avere lo scopo di intimorire il nemico, ma solo quello di ingraziarsi gli dèi.
Il combattimento a cavallo è la loro specialità. Selezionano i loro animali e mantengono con loro un rapporto di affiatamento totale che le rende delle perfette centaure; cavalcano stalloni, nel periodo in cui i Greci si accontentano di pony.
Sono famosi i loro giochi Targarèi, dei quali narra Eumolpo: cinquanta imbarcazioni, chiamate titalnès, si affrontano sul Termodonte: scagliate una verso l'altra a velocità folle, vincono quelle i cui campioni - detti targaira, amazzoni in piedi sulle barche che impugnano delle aste - riuscono a sostenere l'impatto senza cadere in acqua. Si procede così a eliminazione finché non c'è un'unica vincitrice, che viene proclamata la prediletta di Afrodite (anche questo è insolito: normalmente le Amazzoni veneravano la Dea Madre, che può essere identificata con Cerere, ed Artemide.

Sulla base delle fonti classiche, le Amazzoni vivono nella Scizia, presso la palude Meote[5] o in un'area imprecisata delle montagne del Caucaso da cui sarebbero migrate, successivamente, sulla costa centro-settentrionale dell'Anatolia (o viceversa da questa in Scizia).
Eschilo, nella sua tragedia Prometeo incatenato[6], sposa l'origine caucasica e accenna alla migrazione quando fa profetizzare, da Prometeo, la sorte di Io. Alla fanciulla - trasformata in giovenca, secondo il mito, e che sta disperatamente fuggendo dal castigo di Era - viene rivelato il lungo viaggio che ancora l'attende e alla fine del quale raggiungerà l'Egitto, dove sarà liberata, non prima, però, di aver visitato vari luoghi dell'Asia occidentale tra cui i monti del Caucaso e la palude Meote dove vivono le Amazzoni.
Le donne guerriere, secondo il titano, migreranno successivamente nell'Anatolia fondando la città di Temiscira presso il fiume Termodonte[7] nella regione del Ponto.
Erodoto le colloca[8], invece, in Scizia presso il fiume Tanai[9] cercando di coniugare, così come già accennava Esiodo, i vari racconti mitologici degli scontri fra gli eroi greci e le Amazzoni di Temiscira[10] con i resoconti etnografici dell'epoca sui Sarmati, una popolazione nomade di etnia iranica, le cui donne combattevano con gli uomini a cavallo[11], vestivano come loro e non si sposavano prima di aver ucciso un nemico in battaglia[12].
Erodoto, contrariamente a Eschilo, fornisce un elaborato racconto della migrazione delle Amazzoni, sconfitte dai Greci, dall'originale sede di Temiscira fino alla palude Meote ove si sarebbero unite ad un gruppo di giovani maschi Sciti migrando, successivamente, assieme a costoro in una zona imprecisata lungo il corso del fiume Tanai. In quel luogo, i loro figli avrebbero dato origine ad un unico popolo: i Sauromati (Sarmati).
La fusione fra le due popolazioni avrebbe originato, tra i Sarmati[13], una ginecocrazia ovvero una società matriarcale secondo alcuni autori classici fra cui Plinio il Vecchio [14].
Strabone, qualche secolo dopo, nella sua Geografia[15], colloca ancora il popolo delle Amazzoni in quell'oriente favoloso per l'uomo greco che comprende Scizia, Persia e India, parimenti abitato da popoli reali e fantastici, specificando, però, che le sue fonti sono in disaccordo indicando due regioni distinte.
Secondo Teofane di Mitilene che avrebbe compiuto, come riferisce Strabone, una spedizione in quei luoghi, le Amazzoni vivrebbero ai confini settentrionali dell'Albania caucasica[16] in quanto separate dal fiume Mermadalis[17] dalle terre degli Sciti e di altre popolazioni nomadi del Caucaso[18].
Secondo altre due fonti di Strabone, gli storici Ipsicrate e Metrodoro di Scepsi, le Amazzoni abiterebbero una valle fra i Monti Cerauni, nell'Armenia, e confinerebbero con i Gargareni, un popolo costituito esclusivamente da individui maschi con cui le Amazzoni si accoppierebbero per assicurarsi la sopravvivenza.


















Le Amazzoni sono citate frequentemente nella letteratura classica greca. Oltre alle descrizioni etnografiche di autori come Erodoto, Strabone, Diodoro Siculo che cercano di coniugare mito e storiografia, ma senza operare una netta distinzione l'uno dall'altra, vi sono naturalmente quelle più nettamente poetiche e mitologiche. Uno dei riferimenti epici più antichi è sicuramente quello nell'Iliade in cui sono menzionate due volte.
In Iliade III.188-190, Priamo ricorda di aver combattuto le Amazzoni come alleato di Otreo e Migdone, due sovrani della Frigia (Turchia nord-occidentale). Le Amazzoni, ricorda Priamo, erano «ὰντιάνεραι» (eguali ai maschi, forti come i maschi), ma non erano numerose come gli Achei.
Priamo cita anche il luogo della battaglia che appare concorde con i riferimenti mitografici alle Amazzoni del Ponto: le rive del fiume Sangario (Σαγγάριος in greco, Sangarius in latino) che è il nome antico del fiume Sakarya nella regione storica della Frigia.
In Iliade IV.186[19], la lotta contro le Amazzoni è una delle imprese compiute da Bellerofonte che fa da perfetto contraltare, essendo le Amazzoni le più forti fra le donne, ad un'altra impresa dell'eroe, menzionata nel verso precedente: lo scontro con i Solimi[20] contro i quali Bellerofonte avrebbe combattuto la più dura battaglia con uomini[21].
Nell'Etiopide, un poema epico di Arctino di Mileto risalente al VII secolo a.C. e molto noto nell'età classica, ma di cui ci è pervenuto solo un breve frammento originale e un riassunto del V secolo a.C., veniva narrata la partecipazione delle Amazzoni, guidate dalla loro regina Pentesilea, alla guerra di Troia come alleate, questa volta, di Priamo. Il fulcro del poema era lo scontro fra Achille e Pentesilea che si concludeva con la morte di quest'ultima per mano dell'eroe greco e la restituzione del suo corpo ai Troiani da parte di un Achille commosso e pieno di ammirazione verso l'amazzone tanto da venir accusato di tradimento da un suo compagno d'arme.
I sentimenti di Achille nell'Etiopide, così prossimi all'amore verso la fiera nemica, e la tragicità intrinseca della vicenda, erano ideali per essere trasformati, durante il Romanticismo, in un intenso dramma psicologico d'amore e morte. E così, proprio, lo svilupperà il drammaturgo tedesco Heinrich von Kleist nella sua tragedia Penthesilea (1808) in cui una regina delle Amazzoni resa folle dal contrasto insanabile fra l'amore e l'orgoglio sbrana, assieme ai suoi cani, il corpo di Achille.













Tralasciando la mitologia e passando alla storia, troviamo un corpo militare delle Amazzoni veramente esistito.Il re Houégbadja aveva gia organizzato un distaccamento di “cacciatrici di elefanti” facente funzione anche di guardia del corpo.Il figlio del re Agadia, ne fece delle vere e proprie guerriere.E. Chaudoin, in "Tre mesi in cattività nel Dahomey", nel 1891 le descrisse nel modo seguente:”Vecchie o giovani, brutte o belle, sono meravigliose da contemplare. Solidamente muscolose come i guerrieri neri, la loro attitudine è disciplinata e corretta allo stesso tempo, allineate come alla corda”.Alcune donne si arruolavano volontariamente, altre, insofferenti della vita matrimoniale e di cui mariti si lamentavano col re, erano arruolate d'ufficio. Il servizio militare le disciplinava e quella forza di carattere che mostravano nella vita matrimoniale e poteva così esprimersi nell'azione militare.Sul campo di battaglia, le Amazzoni proteggevano il re e prendevano parte attivamente ai combattimenti, sacrificando la loro stessa vita, non potevano sposarsi e avere figli, finchè rimanevano nell’esercito.Forgiate per la guerra per principio a questa dovevano consacrare lo loro vita."Noi siano degli uomini, non delle donne. Chi ritorna dalla guerra senza aver conquistato deve morire. Qualora ci ritirassimo in battaglia, la nostra vita sarebbe alla mercé del re. Quale che sia la città da attaccare, noi dobbiamo conquistarla o sotterrarci nelle sue rovine. Guézo è il re dei re. Finché sarà in vita noi non temeremo nulla". "Guézo ci ha donato nuova vita. Noi siamo le sue donne, le sue figlie, i suoi guerrieri. La guerra è il nostro passatempo, essa ci veste, essa ci nutre" Spesso ubriache di gin, abituate alle sofferenze e pronte ad uccidere senza preoccuparsi della propria vita, combattevano valorosamente e precedevano sempre le truppe incitandole al combattimento. Nel 1894, all'inizio della guerra fra le truppe del generale Dodds e quelle del regno di Abomey, l'armata contava circa 4000 amazzoni, suddivise in tre brigate. "Esse sono armate di daga a doppio taglio e di carabine Winchester. Queste amazzoni operano prodigi di valore; vengono a farsi uccidere a trenta metri dai nostri schieramenti..." (Capitano Jouvelet, 1894). Il corpo delle amazzoni fu dissolto dopo la sconfitta del regno d'Abomey, dal successore di Gbêhanzin, Agoli Agbo.
















VALCHIRIE

Nella mitologia nordica erano donne guerriere che avevano il compito di percorrere i campi di battaglia per raccogliere gli eroi caduti e condurli al cospetto di Odino. Dalla pelle bianchissima, indossavano armature lucenti e maneggiavano la spada con maestrìa. Si credeva che potessero determinare gli esiti delle battaglie.Molto abili nel cavalcare, dopo aver attraversato i campi di battaglia ed aver raccolto gli eroi caduti, li conducevano nel Valhalla dove li ricevevano offrendo loro dell'idromele. Gli eroi caduti venivano accolti nel Valhalla, un luogo mitico adornato da scudi ed armi, e quivi impegnavano il tempo nella pratica delle armi ed in interminabili banchetti in compagnia delle Valchirie.Il loro capo è Brunilde.
Brunilde (il cui nome significa “guerriera con la corazza”) è la figlia di Budli, alla quale Odino affida il compito di dirimere una contesa tra due sovrani, Hjalgunnar e Agnar; contro la volontà del dio, Budli decide a favore del secondo e viene pertanto condannata a cadere in un sonno eterno, dal quale viene liberata da Sigurdh (Sigfrido, nella mitologia germanica). Brunilde e Sigfrido si innamorano, ma questi beve una pozione magica che lo induce a sposare Gudrun; Brunilde si vendica uccidendolo, ma, presa da disperazione, si uccide a sua volta.

Nel Nibelungenlied Brunilde è la bellicosa regina d’Islanda che sottopone i suoi pretendenti a una serie terribile di prove di forza, decisa a sposare chi saprà combattere meglio di lei. Il re dei burgundi, Gunther, è innamorato di lei e, per riuscire a conquistarla, chiede aiuto a Sigfrido; questi, resosi invisibile grazie al cappuccio dell’invisibilità sottratto ai nibelunghi, si sostituisce a lui nell’ultima prova e sconfigge Brunilde. Scoperto l’inganno di cui è stata vittima, Brunilde, ormai sposa di Gunther, si vendica di Sigfrido, che farà uccidere da Hagen.

domenica 3 febbraio 2008

Artù e Merlino

LA LEGGENDA DI ARTÙ
La leggenda di Re Artù è uno dei grandi misteri del medioevo. Chi di noi non ha mai sognato di poter far parte dei suoi mitici cavalieri e di intraprendere le loro eroiche imprese? Sognare è bello, eppure la realtà è un pò diversa da come potremmo immaginarla. Per prima cosa, c'è da chiarire che re Artù probabilmente non è mai esistito. Comunque, non come lo immaginiamo noi. Egli potrebbe essere solamente frutto della fantasia degli scrittori medievali, primo di tutti Chrétien de Troyes, a cui attribuiamo i primi romanzi arturiani e che visse nell'XI secolo. Compose le sue opere alla corte di Maria di Champagne e poi di Filippo di Fiandra tra il 1160 ed il 1185. A tale periodo quindi risale la genesi del "Chevalier de la Charrette", il primo romanzo in cui compare Artù e con lui, il prode Lancillotto, la bella Ginevra e l'oscuro mago Merlino. Chrétien non riuscì a terminare questo scritto, così il finale è opera di un altro scrittore del tempo, Geoffroy de Lagny. Ma Chrétien de Troyes però scrisse almeno un altro romanzo con protagonisti i cavalieri della tavola rotonda, "Perceval du le conte du graal", in cui si accentua la spiritualizzazione dell'etica cavalleresca. I cavalieri vanno qui alla ricerca del Graal, divino simbolo di rinascita, ma ancora non è la coppa che accolse il sangue di Cristo. Lo diventerà in seguito, con gli scrittori successivi che riprenderanno in mano le leggende arturiane, rimaneggiandole, riadattandole, reinterpretandole a loro piacimento. Misterioso e ancora profano con Chrétien, il Graal diventerà il sacro calice che noi tutti conosciamo nel XIII, con Robert de Baron.
Lentamente, le avventure dei cavalieri della tavola rotonda assumono una dimensione escatologica e questi eroi diventano, non solo difensori di una terra di frontiera contro gli attacchi dei barbari infedeli, ma anche garanti di un ordine cosmico. Inoltre, la chiesa, sempre più preoccupata per via della diffusione nell'occidente di questi romanzi, in cui spiccava spesso il tema dell'amore cortese, che vedeva giovani cavalieri innamorarsi di belle dame già sposate, cercava di cristianizzare ulteriormente tali opere, secondo la sua filosofia. Per questo, ad esempio, si scrisse il "Perlesvaus", un rifacimento del romanzo arturiano, in cui Lancillotto confessa il proprio peccato, Ginevra muore e i cavalieri di re Artù si fanno crociati. Qui, Perlesvaus (Perceval) diventa una specie di Cristo-cavaliere. Ed una maggiore accentuazione di questo ideale si avrà con l'elaborazione del personaggio di Galaad, novello Cristo della cavalleria, figlio di una vergine, l'unico a cui sarà concesso di vedere il Graal, ma per questo muore. Dai primi romanzi di Chrétien de Troye, il romanzo cavalleresco ne farà di strada nei secoli successivi, ispirando molti scrittori del basso medioevo e dell'età moderna, fino ai giorni nostri. Per cui, si capisce, con tutti questi rifacimenti è difficile risalire all'originale storia arturiana, a ciò che era Artù inizialmente. Il re che conosciamo noi è il risultato di tutte queste reinterpretazioni elaborate nell'arco di quasi mille anni.
Nell'ammettere l'esistenza storica di re Artù, dovremmo fare un piccolo sforzo d'immaginazione, in quanto dovremmo togliergli la brillante armatura cavalleresca e trasportarlo in un altro ambiente storico-culturale, quello dell'Inghilterra del V/VI secolo d.C. Quindi, ben cinquecento anni prima del tempo che immagineremmo noi leggendo i romanzi di Chrétien de Troyes. Non nel vero e proprio medioevo cavalleresco, ma negli ultimi attimi di vita dell'Impero Romano. Nel 476 d.C. termina il grande impero che aveva unito tutta l'Europa, sommerso dalle invasioni dei barbari, per l'esattezza Goti e popolazioni germaniche. L'imperatore Adriano, aveva esteso l'Impero fino all'estremo nord, fino alla Gran Bretagna, costruendovi il famoso Vallo proprio per arginare il pericolo costituito dagli invasori, popolazioni locali pagane. Nel V secolo ormai l'Impero non aveva più la forza di resistere e venne lentamente divorato dall'esterno, ma anche dall'interno (in quanto già da molti anni i germanici facevano parte dello stesso esercito romano, ed alcuni riuscirono anche a diventare generali). Ciò fu inevitabile. Ma alcuni soldati e generali, anche dopo il 476, non deposero le armi, continuando per qualche decennio a combattere con l'idea di ricostituire l'Impero e di proteggere la religione cristiana (che era diventata religione ufficiale dell'impero con Teodosio, nel 391). Uno di questi potrebbe essere stato proprio il nostro Artù, che resistette alle invasioni dei Sassoni e degli altri barbari, che nel V secolo stavano invadendo l'Inghilterra, divenendo così un eroe, una leggenda. In effetti, già Nennio, monaco gallese dell'800 d.C., aveva menzionato un certo re guerriero di nome Artù nella sua Historia Britonum. E secondo gli annali della Cambria, opera di anonimi del X secolo, l'anno di morte di Artù sarebbe il 537 d.C. Per questo, molti storici ritengono che alla base della leggenda ci sia un fondo di verità storica e la mitica Camelot potrebbe essere ora Cadbury Castle, dove gli archeologi scoprirono negli anni '60 le rovine di una fortezza capace di poter ospitare un migliaio di persone. Avalon, l'isola sulla quale dovrebbe ancora trovarsi il corpo del grande re, invece potrebbe essere il colle di Glastonbury Tor, nel Somerset, che in tempi antichi era quasi interamente circondato d'acqua. Il nome Artù, inoltre, potrebbe solo essere un appellativo. In passato era usuale dare ai valorosi degli appellativi per caratterizzarli ed esaltarne le qualità fisiche o guerriere. Infatti, il nome Artù potrebbe derivare da "Artorius", che nella lingua celtica voleva dire "orso". In tal senso, un guerriero così chiamato, aveva l'orso come suo "animale guida" e ne acquistava le qualità, come la forza e la grandezza. Conosciamo un signore della guerra gallese del V secolo, Owain Ddantgwyn, che veniva proprio chiamato "orso" e che fu ucciso in battaglia dal nipote, proprio quasi come nei romanzi arturiani. Oppure, potremmo anche identificare il mitico re con un certo personaggio di nome Riotamo (in celtico: "re supremo"), che nel 468 guidò le sue truppe in Gallia, ma fu tradito e sconfitto in battaglia. Ma dietro al personaggio di re Artù non c'è solo un re ed un eroe. Artù è anche un simbolo di rinascita e di vita eterna. I Normanni nell'XI secolo sconfissero i Sassoni che dominavano in Inghilterra. La corte anglo-normanna poté così attrarsi la simpatia delle popolazioni bretoni diffondendo le loro leggende, ma col rischio di risvegliare in queste il sogno di restaurazione del potere celtico, proprio fondato sul mito della "scomparsa" di Artù. Nei romanzi infatti è scritto che un giorno il grande condottiero ritornerà ancora a regnare alla testa delle sue genti. E probabilmente per sedare queste speranze, nel 1191 venne sparsa la voce del ritrovamento della sua tomba. Ciò mise infatti fine ad ogni speranza di un ritorno del re, ma nello stesso tempo, rese il personaggio ancor più popolare in Bretagna, spingendo la corte anglo-normanna a identificarsi con la corte di re Artù.


IL MAGO MERLINO
Il mago Merlino invece era il mago di corte e consigliere del re Artù. Personaggio molto misterioso e oscuro per molti versi era una sorta di Rasputin di quei tempi. Era profeta, mago, consigliere e si diceva che potesse viaggiare nel tempo. In realtà dev'essere stato un druido. I druidi erano i sacerdoti delle popolazioni celtiche che vivevano in Gallia ed in Britannia nei fino all'espansione del Cristianesimo in quelle terre. Essi praticavano la magia nei boschi, a contatto con la natura e, si dice, avevano molti poteri soprannaturali, tra cui anche quello di vedere nel futuro e rendersi invisibili. Le poche informazioni che abbiamo le troviamo sugli scritti degli scrittori latini e greci di quel periodo (II/IV secolo d.C.). Ma anche il personaggio di Merlino, così come quello del suo re, rimane ancora avvolto dalle nebbie del mistero.









Le nebbie di Avalon

Avalon è un'isola leggendaria, situata da qualche parte nelle isole britanniche, famosa per le sue belle mele. Secondo alcune teorie, la parola Avalon è una traslitterazione inglese del termine celtico Annwyn, cioè il regno delle fate, o Neverword. Nella sua Historia Regum Britanniae Goffredo di Monmouth ha dato al nome il significato di Isola delle Mele, cosa molto probabile, visto che in bretone e in cornico il termine usato per indicare mela è Aval, mentre in gallese è Afal, pronunciato aval. Il concetto di un'"isola dei beati" è presente anche altrove nella mitologia indoeuropea, in particolare nel Tír na nÓg e nelle greche Esperidi (quest'ultima famosa per le sue mele).
Secondo alcune leggende (cfr. il poeta Robert de Boron), Avalon sarebbe il luogo visitato da Gesù e da Giuseppe d'Arimatea e quello dove, proprio Giuseppe d'Arimatea, dopo aver raccolto il sangue di Cristo in una coppa di legno (il Sacro Graal), si rifugiò, fondando anche la prima chiesa della Britannia. Oggi l'isola di Avalon è normalmente associata alla cittadina di Glastonbury, in Inghilterra. Sarebbe anche il luogo in cui fu sepolto Re Artù, trasportato nell'isola su una barca guidata dalla sorellastra, la Fata Morgana. Secondo la leggenda, Artù riposa sull'isola, in attesa di tornare nel mondo quando questo ne sentirà nuovamente il bisogno.
Per alcuni Avalon andrebbe identificata con Glastonbury. A partire dagli inizi dell'XI secolo, prese corpo la tradizione secondo cui Artù fu sepolto nella Glastonbury Tor, che in passato era circondata dall'acqua, proprio come un'isola. Durante il regno di Enrico II, secondo il cronista Giraldo Cambrense e altri, l'abate Enrico di Blois commissionò una ricerca, che , a una profondità di 5 metri, avrebbe portato alla luce un enorme tronco di quercia o una bara con un'iscrizione: "Qui giace sepolto l'inclito re Artù nell'isola di Avalon". I resti furono sotterrati di nuovo davanti all'altare maggiore, nell'abbazia di Glastonbury, con una grande cerimonia, a cui parteciparono anche re Edoardo I e la sua regina. Il luogo divenne meta di pellegrinaggio fino al periodo della Riforma protestante. Una vicina vallata porta il nome di Valle di Avalon. Comunque, la leggenda di Glastonbury è stata spesso considerata falsa.
Secondo altre teorie, Avalon sarebbe l'Ile Aval o Daval, sulla costa della Bretagna, oppure Burgh-by-Sands, nel Cumberland, che al tempo dei romani era il fortilizio di Aballava, lungo il Vallo di Adriano, e vicino Camboglanna, al di sopra del fiume Eden, ora Castlesteads. Per una coincidenza, il sito dell'ultima battaglia di Artù si sarebbe chiamato Camlann. Per altri Avalon sarebbe da ubicare sul Monte di san Michele, in Cornovaglia, che si trova vicino ad altre località associate con le leggende arturiane. Questo monte, è in realtà isola che si può raggiungere quando c'è bassa marea.La questione è confusa da leggende simili e toponimi presenti in Bretagna.
Avalon, comunque, resta nell'immaginario collettivo un'isola magica, dove continuano a vivere le vecchie tradizioni dei celti e dove la Grande Dea viene onorata dai druidi e dalle sacerdotesse. Sono proprio queste ultime, sempre secondo le leggende, ad aver nascosto l'isola con una fitta nebbia, rendendo il luogo accessibile solo a chi ha la conoscenza per aprire questo incantesimo. L'isola di Avalon veniva chiamata anche "Inis witrin" (cioè "isola di vetro") per l'abbondanza di guado, pianta che sfuma sull'azzurro e che i guerrieri celti utilizzavano per tingersi la faccia per andare in battaglia.
Estratto da "http://it.wikipedia.org/wiki/Avalon"