sabato 2 febbraio 2008

La mitologia giapponese


La mitologia giapponese è un complesso sistema di credenze. Il pantheon shintoista, da solo, già vanta una "collezione" di più di 8000 kami (parola giapponese per "spirito" o "divinità"). Nonostante l'influenza dell'antica civiltà cinese, la maggior parte della mitologia e della religione giapponesi è autoctona. Abbraccia tradizioni shintoiste e buddiste, ma anche credenze popolari legate all'agricoltura. Oltretutto, diversamente dalle mitologie greche, nordiche ed egiziane, è relativamente difficile distinguere che cosa è veramente "mito" in quella giapponese. In questo articolo verranno trattati solamente gli elementi mitologici tipici presenti anche nella mitologia occidentale, come la cosmogonia, le divinità principali e le più famose storie mitologiche giapponesi.
Il pensiero mitologico giapponese, come cioè è generalmente riconosciuto oggi, si basa sul Kojiki, sul Nihonshoki e su altri libri complementari. Il Kojiki, o "Registrazione di Cose Antiche", è il più antico libro riconosciuto di miti, leggende e storie giapponesi. Lo Shintoshu spiega le origini delle divinità giapponesi da un punto di vista buddista, mentre il Hotsuma Tsutae riporta una versione sostanzialmente diversa della mitologia nipponica.
Un'importante conseguenza della mitologia giapponese, spiegando le origini della Famiglia Imperiale nipponica, è che le attribuisce una discendenza divina. La parola giapponese per "Imperatore", tennō (天皇), significa appunto "imperatore divino" (l'ideogramma 天 significa "celeste", "del paradiso").
Mito della Creazione:
Le prime divinità diedero alla luce due esseri divini, l'essenza maschile Izanagi e l'essenza femminile Izanami, che incaricarono di creare la prima terra. Per aiutarli in tale compito, venne loro donata un'alabarda ingioiellata, chiamata Amanonuhoko (Albarda Celeste della Palude). Le due divinità andarono quindi al ponte che collegava cielo e terra, l'Amenoukihashi (Ponte Fluttuante del Cielo), e mescolarono il mare sottostante con l'alabarda. Quando alcune gocce di acqua salata precipitarono da questa, si trasformarono nell'isola di Onogoro. Izanami e Izanagi scesero dal ponte del cielo e realizzarono la loro dimora sull'isola. Vollero infine avere dei figli, così eressero un pilastro (chiamato Amenomihashira) e attorno ad esso costruirono un palazzo (chiamato Yahirodono, "La sala dall'area di 8 braccia di lunghezza"). Izanagi e Izanami girarono attorno al pilastro in direzione opposta l'uno all'altra, e quando si incontrarono sull'altro lato Izanami, la divinità femminile, salutò per prima Izanagi, la divinità maschile. Questi pensò che ciò non fosse corretto, ma si coricarono assieme comunque. Ebbero due bambini, Hiruko ("bambino debole") e Awashima ("isola pallida"); ma erano malformati e non sono considerati divinità.
Izanagi e Izanami misero i bambini in una barca e li lasciarono andare in mare aperto, pregando dunque gli altri dei che fosse data loro una spiegazione per ciò che avevano fatto di sbagliato. Venne loro detto che la divinità maschile avrebbe dovuto salutare per prima quella femminile durante la cerimonia, mentre era avvenuto il contrario. Così Izanagi e Izanami ritornarono al pilastro, e vi rigirarono intorno, e questa volta quando s'incontrarono fu Izanagi a parlare per primo e la loro unione fu fruttuosa.
Dalla loro unione nacquero le Ōyashima, cioè le otto grandi isole del Giappone:
Awazi
Iyo (successivamente Shikoku)
Ogi
Tsukusi (successivamente Kyushu)
Iki
Tsushima
Sado
Yamato (successivamente Honshu)
Notare che Hokkaido, Chishima, e Okinawa non facevano parte del Giappone nell'antichità.
Generarono in seguito sei ulteriori isole e molte divinità. Izanami, tuttavia, morì dando alla luce il figlio Kagututi (incarnazione del fuoco) o Ho-Masubi (causa prima del fuoco). Venne sepolta sul monte Hiba, al confine delle antiche province di Izumo e Hoki, vicino l'odierna Yasugi della Prefettura di Shimane. Incollerito, Izanagi uccise Kagututi, dalla qual morte vennero generate dozzine di altre divinità.
Gli dei nati da Izanagi e Izanami sono i simboli di importanti aspetti naturali e culturali, ma sono troppi per essere qui menzionati. Un esempio di conseguenza sulla cultura nipponica è, comunque, il fatto che (nel mito) fu necessario che la divinità maschile Izanagi assumesse la posizione di "guida", mentre la divinità femminile Izanami dovette essere di "seconda posizione". Ciò portò in Giappone alla concezione di un'implicita discriminazione nei confronti del genere femminile.

Yomi, l'oscura terra dei morti:
Izanagi pianse la morte di Izanami ed intraprese un viaggio verso Yomi, "La terra tenebrosa dei morti". Izanagi trovò poche differenze fra Yomi e la terra superiore, eccetto l'eterna oscurità. Comunque, questa tenebra soffocante era sufficiente per farlo soffrire, in mancanza della luce e della vita del mondo superiore. Cercò rapidamente Izanami e la trovò. Dapprima, Izanagi non poteva vederla affatto a causa delle ombre che celavano la sua figura. Ciononostante, le chiese di tornare con lui. Izanami gli parlò, informandolo che era ormai troppo tardi: ella aveva infatti già mangiato il cibo degli Inferi ed ora faceva parte della Terra dei Morti. Non poteva più ritornare fra i viventi.
Izanagi rimase interdetto all'udire questa notizia ma rifiutò di sottomettersi al suo desiderio di essere lasciata nell'oscuro abbraccio di Yomi. Così, mentre Izanami dormiva, prese il pettine che legava i lunghi capelli dell'amata e lo accese come una torcia. Sotto l'improvvisa fiamma luminosa, Izanagi vide l'orripilante figura dell'un tempo bella e graziosa Izanami: era ora un corpo di carne devastata dalla decomposizione, pieno di larve ed altre creature abominevoli che vi camminavano sopra.
Urlando, Izanagi non poté più controllare la sua paura e cominciò a correre, volendo ritornare fra i viventi ed abbandonare sua moglie, morta e disgustosa. Ma Izanami, gridando indignata, si erse dalla terra e prese ad inseguire il consorte. Anche delle shikome, specie di "arpie" o "furie", incaricate da Izanami di riportarlo indietro, cominciarono a rincorrere Izanagi.
Pensando velocemente a cosa potesse fare, Izanagi gettò a terra il suo cappello, che si trasformò in un grappolo d'uva nera. Le shikome vi si inciamparono ma continuarono l'inseguimento. Dopo, Izanagi lanciò a terra il pettine che divenne un cespuglio di canne di bambù. A questo punto le creature del mondo di Yomi iniziarono ad inseguirlo, ma Izanagi urinò contro un albero, formando un grande fiume che gli diede del vantaggio. Sfortunatamente, continuarono ad inseguire Izanagi, costringendolo a gettar loro addosso delle pesche. Sapeva che ciò non li avrebbe rallentati a lungo, ma era quasi libero, ché il confine del mondo di Yomi era ormai vicinissimo.
Izanagi sgusciò fuori dall'entrata e veloce spinse una grossa roccia a tappare la bocca della caverna, che era poi l'ingresso a Yomi. Izanami gridò da dietro questa impenetrabile barriera e disse ad Izanagi che, qualora l'avesse abbandonata, avrebbe ucciso 1000 persone viventi ogni giorno. Ma lui rispose furiosamente che in tal caso avrebbe dato la vita a 1500 persone viventi ogni giorno!
E così iniziò l'esistenza della Morte, provocata dalle mani dell'irata Izanami, la moglie che Izanagi aveva abbandonato.

Sole, Luna e Vento:
Come ci si potrebbe aspettare, Izanagi andò subito a purificarsi dopo la sua discesa nel mondo di Yomi. Mentre si svestiva, e rimuoveva tutti gli ornamenti dal suo corpo, ogni oggetto che gettava a terra si trasformava in una nuova divinità. E ancora più dei nacquero quando andò a lavarsi in acqua. I più importanti si crearono una volta che Izanagi lavò la sua faccia:
Amaterasu (l'incarnazione del Sole) dal suo occhio sinistro;
Tsukiyomi (l'incarnazione della Luna) dal suo occhio destro;
Susanoo (l'incarnazione del Vento e della Tempesta) dal suo naso.
Izanagi stabilì che il mondo venisse diviso fra loro: ad Amaterasu andò il Cielo, a Tsukiyomi la notte e la Luna, e a Susanoo i mari.

Amaterasu e Susanoo:
Amaterasu, la potente dea giapponese del sole, è la più famosa divinità della mitologia nipponica. Il suo governo terreno col suo incontrollabile fratello Susanoo, tuttavia, è decisamente poco conosciuto ed appare in numerosi racconti. Una storia parla del terribile comportamento di Susanoo nei confronti di Izanagi: questi, stanco delle continue lamentele di Susanoo, lo confinò nel mondo di Yomi. Susanoo accettò riluttante, dicendo che prima avrebbe dovuto adempiere ad alcune sue faccende incompiute. Andò in Takamanohara (Cielo) per dire addio a sua sorella, Amaterasu. Ma questa ben sapeva che il suo imprevedibile fratello non aveva buone intenzioni, e si preparò per la battaglia. "Perché sei giunto fin qui?", domandò Amaterasu. "Per dirti addio", rispose Susanoo.
Ma lei non gli credeva, e gli propose una gara per provare la sua buona fede. Venne organizzata una sfida, che avrebbe vinto chi avrebbe dato alla luce il maggior numero di figli divini. Amaterasu generò tre donne dalla spada di Susanoo, mentre Susanoo generò cinque uomini dal monile di Amaterasu. Questa pretese che i cinque uomini generati da un suo oggetto fossero attribuiti a lei; di conseguenza, le tre donne furono attribuite a Susanoo.
Chiaramente, entrambi gli dei si dichiararono vincitori. L'insistenza di Amaterasu in ciò portò Susanoo ad intraprendere violenti scontri contro di lei, che raggiunsero il loro apice quando Susanoo gettò in una delle sale del palazzo di Amaterasu un poni mezzo scorticato (animale che era consacrato alla dea), causando la morte di una delle ancelle della divinità. Amaterasu fuggì, e si nascose nella grotta di Iwayado. Poiché l'incarnazione del sole si era nascosta in una grotta, il mondo venne interamente oscurato.
Tutti gli dei e le dee quindi cercarono, a turno, di trarre Amaterasu fuori dalla grotta, ma le rifiutò sempre. Infine, il kami dell'ilarità, Ama-no-Uzume, ebbe un piano. Piazzò un largo specchio di bronzo su un albero, dirimpetto alla caverna di Amaterasu. Quindi Uzume si ricoprì di fiori e foglie, capovolse una tinozza e prese a ballarvici sopra, tamburellando la superficie con i suoi piedi. Alfine, Uzume si spogliò delle foglie e dei fiori e danzò nuda. Tutte le divinità maschili esplosero in fragorose risate, e Amaterasu, sentendole, s'incuriosì. Quando Amaterasu sbirciò fuori dalla caverna, ove a tanto a lungo era stata, ne dipartì un raggio di luce, chiamato "alba", e la dea rimase abbagliata dal suo riflesso sullo specchio. Il dio Ameno-Tajikarawo la trasse a sé dalla grotta, che fu sigillata con una roccia sacra detta shirukume. Circondata di risate, la depressione di Amaterasu scomparve e accettò di restituire la sua luce al mondo. Ama-no-Uzume fu da allora conosciuta come kami dell'alba e dell'ilarità.

Susanoo e Orochi:
Susanoo, esiliato dal Cielo, giunse nella provincia di Izumo (oggi parte della Prefettura di Shimane). Dopo poco tempo incontrò un uomo anziano e sua moglie, piangenti assieme alla loro figlia. L'anziana coppia spiegò che avevano all'inizio otto figlie, che furono divorate però una ad una, ogni anno, dal drago chiamato Yamata-no-Orochi ("Il serpente otto-forcuto", che si diceva venisse dalla regione di Kosi, oggi Hokuriku). Il terribile drago aveva otto teste ed otto code. Ed ora, Kusinada (o Kushinada-Hime, "principessa della risaia") era l'ultima rimasta delle otto figlie.
Susanoo, che ben conosceva la relazione della coppia con la dea del sole Amaterasu, sua sorella, offrì loro il suo aiuto in cambio della mano della loro magnifica figlia. I genitori accettarono e Susanoo trasformò Kushinada in un pettine, nascondendola in modo sicuro fra i suoi capelli. Ordinò poi che fosse costruita una staccionata attorno alla casa, con otto cancelli, otto tavoli ad ogni cancello, ed otto fiaschi su ogni tavolo, ognuno riempito con vino di riso fermentato otto volte.
Orochi arrivò, e fu attirato dal vino; lo bevve, e con suo stupore fu ucciso da Susanoo. Un fiume vicino divenne rosso per il sangue del drago ucciso. Mentre Susanoo tagliava il drago a pezzettini, trovò all'interno di una delle code un'eccezionale spada, che il dio non era stato in grado di tagliare con la sua. La spada venne successivamente portata da Amaterasu, e venne chiamata Ame no Murakamo no Tsurugi (in seguito, Kusanagi). Questa spada ricorrerà spesso in molte altri racconti.

Il Principe Ōnamuji:
Ōnamuji (altrimenti detto Ōkuninushi) era un discendente di Susanoo. Egli, assieme ai suoi molti fratelli, volle competere per la mano della principessa Yakami di Inaba. Mentre viaggiava da Izumo a Inaba per corteggiarla, i suoi fratelli trovarono un coniglio scorticato che giaceva sulla spiaggia. Vedendolo, gli dissero di immergersi in mare e di asciugarsi poi col vento su un'alta montagna. Il coniglio dette loro retta e perciò, per il sale del mare, soffrì agonizzando. Ōnamuji, che era in ritardo dietro ai suoi fratelli, arrivò e vide il coniglio in agonia. Gli diede istruzioni di immergersi nell'acqua dolce, e di coprirsi con la polvere del fiore "gama" (una sorta di giunco). Il coniglio rinvigorito, che era invero una divinità, predisse a Ōnamuji che sarebbe stato lui a sposare la principessa Yakami.
Le lotte che Ōnamuji dovette affrontare furono molte, e morì due volte per le mani dei suoi fratelli gelosi. Ogni volta era però stato salvato da sua madre, Kusanda-Hime. Inseguito dai suoi nemici, si avventurò nel regno di Susanoo dove avrebbe incontrato la vendicativa figlia del dio, Suseri-Hime. L'astuto Susanoo avrebbe provato Ōnamuji numerose volte ma alla fine Susanoo proclamò la sua vittoria sui suoi fratelli.
Seppur la tradizione Yamato attribuisca la creazione delle isole giapponesi a Izanagi e Izanami, la tradizione Izumo afferma che Ōnamuji, con l'aiuto di un dio nano chiamato Sukunabiko, avrebbe contribuito alla creazione della terra nipponica, o almeno l'avrebbe ultimata.

Regalità, Conoscenza e Forza:
Amaterasu ordinò al suo nipote Ninigi di regnare sulla Terra. E gli donò i Tre Sacri Tesori:
il monile Magatama, del Yasakani no magatama (ora sito nel Palazzo Imperiale di Kokyo), simboleggiante la regalità;
lo specchio di bronzo del Yata no kagami (ora sito nel Gran Tempio di Ise), simboleggiante la conoscenza;
la spada Kusanagi (una possibile replica del quale è ora sita nel Tempio di Atsuta a Nagoya), simboleggiante la forza.
I primi due vennero realizzati per trarre Amaterasu fuori dalla grotta Amano-Iwato; l'ultimo fu trovato da Susanoo nell'Orochi, l'"Idra" dalle otto teste. Di questi tre, lo specchio è anche il simbolo di Amaterasu. I tre oggetti insieme costituiscono le Insegne imperiali del Giappone.
Ninigi e la sua compagnìa andarono sulla Terra e giunsero a Himuka, quindi fondò il suo palazzo.

Prosperità ed Immortalità:
Ninigi incontrò la principessa Konohana-sakuya (incarnazione dei fiori), figlia di Yamatumi (maestro delle montagne), e s'innamorarono. Ninigi chiese a Yamatumi la mano della figlia; questi ne fu ben felice, e gli offrì entrambe le figlie, Iwanaga (incarnazione delle rocce) e Sakuya. Ma Ninigi sposò solamente Sakuya, e rifiutò Iwanaga.
"Iwanaga ha il dono dell'immortalità, mentre Sakuya quello della prosperità", disse dispiaciuto Yamatumi. "Rifiutando Iwanaga, la tua vita sarà d'ora in poi mortale". A causa di ciò, Ninigi ed i suoi discendenti furono mortali.
Una notte, Sakuya rimase incinta, e Ninigi dubitò che fosse lui il responsabile. Per provare che il figlio fosse legittimo, Sakuya fece un giuramento sulla sua stessa vita: avrebbe appiccato il fuoco alla sua stanza una volta partoriti i suoi tre bambini. Così, Ninigi verificò la sua castità. I nomi dei tre neonati furono Hoderi, Hosuseri, e Howori.

L'alta e la bassa marea:
Hoderi si guadagnò da vivere pescando in mare, mentre suo fratello Howori fece il cacciatore nelle montagne. Un giorno, Howori chiese a suo fratello di scambiare i loro ruoli per un giorno. Howori provò quindi a pescare, ma non riusciva a prendere molti pesci, e ciò che era peggio, perse l'amo che aveva preso in prestito dal fratello. Hoderi, spietato, lo incolpò e non accettò le scuse del fratello.
Mentre Howori era seduto in spiaggia, assai perplesso, Shihotuti gli disse di prendere la nave chiamata Manasikatuma e andare ovunque andasse la corrente. Seguendo il suo consiglio, Howori raggiunse la casa di Watatumi (maestro dei mari). Qui conobbe Toyotama, la figlia di Watatumi, e la sposò. Dopo tre anni di matrimonio, si ricordò di suo fratello e dell'amo, così ne parlò a Watatumi.
Questi trovò presto l'amo nella gola di un'abramide e lo porse a Howori. Watatumi gli diede anche due sfere magiche, la Sihomitutama, che poteva generare l'alta marea, e la Sihohirutama, che poteva invece generare la bassa marea; e così lo mandò in terraferma, assieme a sua moglie.
Mentre Toyotama stava partorendo, chiese a Howori di non guardare il parto. Ma questi, pieno di curiosità, diede una sbirciata, e vide la moglie trasformarsi in uno squalo nel momento in cui suo figlio, Ugaya, era nato. Conscia di ciò, Toyotama scomparve in mare e non tornò, ma affidò alla sorella Tamayori la passione per Howori.
Ugaya sposò sua zia Tamayori ed ebbe cinque figli, fra cui Ituse e Yamatobiko.

Creature leggendarie:

Oni:

I ritratti degli oni variano notevolmente tra loro, ma normalmente li ritraggono come creature giganti e mostruose, con artigli taglienti, capelli selvaggi e due lunghe corna che crescono dalla loro testa.
Sono fondamentalmente umanoidi, ma occasionalmente sono ritratti con caratteristiche innaturali, come molti occhi o dita delle mani e dei piedi extra. La loro pelle può essere di colori diversi, ma quelli più comuni sono il rosso, blu, nero, rosa e verde. Il loro aspetto feroce viene spesso accentuato dalla pelle di tigre che tendono ad indossare e dalla mazza ferrata da loro favorita, detta kanabō (金棒, kanabō?). Questo modo di immaginarli ha generato l'espressione oni con la mazza ferrata (鬼に金棒, oni con la mazza ferrata?), cioè "invincibile" o "imbattibile". Può anche essere usata nel senso di "forte oltre i forti", o di migliorare o incrementare le proprie capacità naturali mediante l'uso di un attrezzo.
Nelle prime leggende gli oni come per esempio la ragazza del pozzo erano creature benevole ritenute capaci di tenere alla larga spiriti maligni malvagi e malevoli e di punire i malfattori.

Una statua di un Oni che maneggia una mazza ferrata.




















Durante l'era Heian il Buddhismo giapponese, che aveva già importato una parte della demonologia indiana (rappresentata da figure come i kuhanda, gaki e altri) incorporò queste credenze chiamando queste creature aka-oni ("oni rosso") e ao-oni ("oni blu") e facendone i guardiani dell'inferno o torturatori delle anime dannate. Alcune di queste creature erano riconosciute come incarnazioni di spiriti shinto.
Con il passare del tempo la forte associazione degli oni con il male contagiò il modo in cui venivano percepite queste creature e vennero ad essere considerate come portatori o agenti delle calamità. I racconti popolari e teatrali iniziarono a descriverli come bruti stupidi e sadici, felici di distruggere. Si disse che gli stranieri ed i barbari fossero oni. Oggigiorno sono variamente descritti come spiriti dei morti, della terra, degli antenati, della vendetta, della pestilenza o della carestia. Non importa quale sia la loro essenza, gli oni odierni sono qualcosa da evitare e da tenere a bada.
Fin dal X secolo gli oni sono stati fortemente associati con il nord-est (kimon), particolarmente nella tradizione detta onmyōdō di origine cinese. I templi sono spesso orientati verso questa direzione per prevenirne gli influssi nefasti e molti edifici giapponesi hanno indentazioni a forma di "L" in questa direzione per tenere lontani gli oni. I templi Enryakuji, sul Monte Hiei a nord-est del centro di Kyōto e Kaneiji, che erano a collocati a nord-est delle dimore imperiali, ne sono un esempio. La capitale giapponese stessa fu spostata verso nord-est da Nagaoka a Kyōto nell'VIII secolo.
Alcuni villaggi tengono cerimonie annuali per tenere lontani gli oni, specialmente all'inizio della primavera. Durante la festa del Setsubun la gente scaglia fagioli di soia fuori dalle case gridando «Oni wa soto! Fuku wa uchi!» ("Oni fuori! Fortuna dentro!"). Secondo un'altra tradizione di origine taoista si ritiene che alcuni oni possano fare delazioni alle divinità sui peccati dell'uomo, perciò la nota rappresentazione delle tre scimmie che «non vedono, non sentono e non parlano» (con un gioco di parole in giapponese: «mizaru, kikazaru, iwazaru») ha valore talismanico perché impedirebbe a questi spiriti di agire malevolmente. Rimangono comunque alcune vestigia dell'antica natura benevola degli oni. Per esempio uomini in costume da oni conducono spesso le parate giapponesi per tenere lontana la sfortuna. Gli edifici giapponesi a volte includono tegole del tetto con la faccia da oni per tenere lontana la sfortuna, in maniera simile ai gargoyle della tradizione occidentale. Nella versione giapponese del gioco acchiapperella il giocatore che sta sotto è invece chiamato "l'oni".


I Kappa:


La maggior parte delle descrizioni descrive i kappa come umanoidi delle dimensioni di bambini, sebbene i loro corpi siano più simili a quelli delle scimmie o a quelli delle rane piuttosto che a quelli degli esseri umani. Alcune descrizioni dicono che le loro facce sono gorillesche, mentre secondo altre hanno un viso con un becco simile a quello delle tartarughe. Generalmente i disegni mostrano i kappa con spessi gusci simili a quelli di una tartaruga e con la pelle scagliosa in colori nell'intervallo che va dal verde, al giallo o al blu.
I kappa abitano i laghi e i fiumi del Giappone e sono dotati di diverse caratteristiche che li aiutano in questo ambiente, come mani e piedi palmati. Si dice alle volte che puzzino di pesce e certamente sanno nuotare bene. L'espressione kappa no kawa nagare ("un kappa che affoga") significa che anche gli esperti possono sbagliare.
La caratteristica principale del kappa è comunque la depressione piena d'acqua in cima alla testa. Questa cavità è circondata da ispidi e corti capelli, che hanno dato nome al taglio di capelli okappa atama. Il kappa deriva la sua forza incredibile da questo foro pieno d'acqua e chiunque ne affronti uno può sfruttare questa debolezza semplicemente facendo in modo che il kappa rovesci l'acqua dalla sua testa. Un metodo sicuro è di appellarsi al profondo senso di etichetta del kappa, dato che questo non può non ricambiare un profondo inchino, anche se questo significa rovesciare l'acqua dalla testa. Una volta vuotata la riserva d'acqua il kappa è seriamente indebolito e può anche morire. Altri racconti dicono che quest'acqua permette ai kappa di muoversi sulla terra ed una volta svuotata la creatura è immobilizzata. I bambini testardi sono incoraggiati a seguire il costume di inchinarsi con la scusa che è una difesa contro i kappa.
















I kappa sono combinaguai maliziosi. I loro scherzi vanno dal relativamente innocente, come rumorose flatulenze o guardare sotto al kimono delle donne, fino ai più problematici, come rubare il raccolto, rapire bambini o stuprare donne. Infatti i piccoli bambini sono uno dei pasti preferiti dei kappa, sebbene siano anche disponibili a mangiare adulti. Si nutrono delle loro vittime inermi, succhiando fuori le interiora (o il sangue, il fegato o la "forza vitale", secondo la leggenda) attraverso l'ano. Avvisi che mettono in guardia dai kappa appaiono sui corsi d'acqua di alcuni città e villaggi giapponesi. Si dice che i kappa abbiano anche paura del fuoco ed alcuni villaggi tengono festival di fuochi d'artificio ogni anno per spaventarli e tenerli lontani.
I kappa non sono comunque interamente antagonistici agli esseri umani. Sono curiosi della civilizzazione umana e possono comprendere e parlare il giapponese. Perciò a volte sfidano chi incontrano a batterli in test di abilità, come lo shogi (un gioco simile agli scacchi popolare in Giappone) o un incontro di sumo. Possono anche stringere amicizia con esseri umani in cambio di doni e offerte, specialmente cetrioli, il solo cibo che i kappa apprezzino più dei bambini umani. Alle volte i genitori giapponesi scrivono i nomi dei loro bambini (o i loro propri nomi) su cetrioli e li lanciano nelle acque infestate di kappa per placare la creatura e permettere alla famiglia di fare il bagno. Esiste anche un tipo di sushi con ripieno di cetriolo chiamato kappamaki.
Una volta stretto amicizia con il kappa, si dice che questo esegua diversi tipi di compiti per gli esseri umani, come aiutare i contadini ad irrigare i campi. Sono anche gran conoscitori della medicina e una leggenda afferma che hanno insegnato agli esseri umani come guarire le fratture. A causa di questi aspetti benevoli alcune cappelle sono dedicate all'adorazione di un kappa particolarmente utile. I kappa possono anche essere truffati nell'aiutare le persone. Il loro profondo senso del decoro non permette loro, per esempio, di rompere un giuramento, quindi se si riesce ad obbligare un kappa a promettere aiuto, il kappa non ha alcuna scelta che di mantenere la parola data.
Ci sono diverse teorie sull'origine dei kappa nel mito giapponese. Una possibilità è che si siano sviluppati dall'antica pratica giapponese di far galleggiare i feti di bambini nati morti lungo i fiumi e torrenti. Un'altra teoria è che i kappa vennero inventati per spiegare l'ano ingrossato comune nelle vittime di annegamento. Il nome "kappa" potrebbe essere derivato dal termine per la "veste" usata dai monaci portoghesi arrivati in Giappone nel XVI secolo; questi chiamavano il loro abito una capa e l'aspetto dei monaci non è dissimile da quello di questi spiriti giapponesi, dal loro mantello sciolto, simile ad un guscio alla tonsura dei capelli. L'etimologia più antica del nome giapponese tuttavia fa pensare che in origine il termine significasse "creature o uomini dei corsi d'acqua" (è attestata infatti anche la versione kawappa).

Kitsune:

Kitsune (giapponese 狐) significa in giapponese semplicemente volpe. In Giappone vivono due specie di volpi: la volpe rossa del Giappone (Hondo kitsune, vive sull'isola di Honshū; Vulpes vulpes japonica) e la volpe di Hokkaidō (Kita kitsune, vive sull'isola di Hokkaidō; Vulpes vulpes schrencki). Nella mitologia giapponese sono considerate demoni (youkai).
Nella mitologia giapponese, si credeva che questi animali possedessero una grande intelligenza, vivessero a lungo, ed avessero poteri magici. Il principale tra questi ultimi è l'abilità di cambiare aspetto ed assumere sembianze umane; si dice che una volpe impari a far questo quando raggiunge una determinata età (generalmente cento anni, in alcuni racconti solo cinquanta). Le kitsune appaiono spesso con l'aspetto di donna bellissima, dolce ragazzina, o vecchio, ma mai come donna anziana.
Altri poteri che sono spesso attribuiti alla kitsune includono la possessione (vedi kitsunetsuki sotto), la capacità di appiccare il fuoco con la/e coda/e o di sputare fuoco, il potere di entrare nei sogni, e l'abilità di creare illusioni così complesse da essere quasi indistinguibili dalla realtà. Alcuni racconti vanno oltre, parlando di kitsune con la capacità di piegare il tempo e lo spazio, di far impazzire, o di assumere altre forme oltre a quelle umane, come un albero altissimo o una seconda luna in cielo. Occasionalmente le kitsune sono descritte in termini simili ai vampiri o ai succubi - queste kitsune si nutrono della vita o dell'anima degli umani, generalmente attraverso contatto sessuale.
A volte le kitsune sono raffigurate a guardia di una sfera, rotonda o a forma di pera (hoshi no tama o sfera della stella). Si dice che chi si impossessa della sfera possa obbligare la kitsune ad aiutarlo; una spiegazione è che la kitsune "deposita" parte della sua magia in questa palla quando cambia forma. Le kitsune devono mantenere le promesse o il loro rango e il loro potere diminuisce.
Le kitsune sono spesso associate alla divinità del riso Inari. Originariamente le kitsune erano i messaggeri di Inari, ma la distinzione tra i due è ormai talmente sfumata che talvolta Inari è rappresentato come una volpe. Si specula che ci sia stata un'altra divinità volpe nello Shinto, ma non ci sono prove. Le kitsune sono un elemento comune alla mitologia Shinto e a quella Buddhista in Giappone.
La kitsune mitologica è uno yōkai. In questo contesto, la parola kitsune è generalmente tradotta come demone volpe; però, questo non dovrebbe indurre a pensare che le kitsune non corrispondano alle comuni volpi. La parola "demone" in questo caso traduce il più generale concetto di spirito nel significato più comune in Estremo Oriente, come anima che ha raggiunto uno stato di conoscenza e illuminazione tale da trascendere le leggi del mondo materiale. Ogni volpe che viva sufficientemente a lungo, perciò, può diventare uno spirito. Ci sono due tipi di volpi; le myobu, o volpi celestiali -- quelle associate a Inari, rappresentate come benevole -- e le nogitsune, o volpi selvagge (letteralmente "volpi di campo"), spesso, ma non sempre, considerate maliziose.
L'attributo fisico che più rappresenta una kitsune è la coda, e ne possono possedere fino a nove; generalmente, un maggior numero di code rappresenta una kitsune più vecchia e più potente, e secondo alcune fonti la prima coda addizionale cresce solo dopo migliaia di anni, poi le altre in base all'età e alla saggezza acquisita. In ogni caso, le kitsune che compaiono nei racconti popolari hanno sempre una, cinque, o nove code, forse a causa di qualche numerologia.
Quando una kitsune arriva ad avere nove code, il suo pelo diventa argentato, bianco o dorato, e prendono il nome di kyūbi no kitsune (volpe a nove code) guadagnando il potere della visione infinita. Allo stesso modo, in Corea, una volpe che viva mille anni diventa una kumiho (con lo stesso significato), ma la kumiho è rappresentata come malvagia, a differenza della kyūbi, che può essere anche benevola. Anche nella mitologia cinese c'è un demone volpe simile alla kitsune, incluse le nove code: ci sono anzi indizi che le kitsune siano un mito importato dalla Cina, ma c'è un ampissimo supporto, basato su testi e rappresentazioni artistiche molto antiche, alla tesi che il mito sia originario del Giappone, e risale forse al V secolo a.C..
In alcuni racconti, le kitsune hanno difficoltà a nascondere la coda nelle loro trasformazioni - generalmente le kitsune in queste storie ne hanno solo una, il che potrebbe indicare che l'inesperienza ne sia la causa -, e il protagonista attento riesce a smascherarla quando questa beve o si distrae.
Le volpi hanno paura dei cani, usati per cacciarle, così le kitsune li temono e odiano, al punto da tornare al loro aspetto e darsi alla fuga non appena ne vedono uno.
Nella tradizione giapponese, le kitsune sono spesso presentate come ingannatrici - talvolta molto malevole; in questa veste le kitsune usano i loro poteri magici per ingannare gli umano; quelle ritratte in una luce positiva scelgono come vittime samurai vanagloriosi, mercanti avidi, e popolani maldicenti, mentre kitsune più crudeli abusano di poveri contadini o monaci Buddhisti.
In ogni caso, un altro aspetto in cui le kitsune sono spesso rappresentate è come amanti; queste storie d'amore generalmente parlano di ragazzi e kitsune in forma di fanciulla. Talvolta alla kitsune è assegnato il ruolo di seduttrice, ma spesso queste storie sono di natura romantica. Generalmente in queste storie il ragazzo (inconsapevolmente) sposa la kitsune, e ne vanta le virtù; in molte di queste storie è presente anche l'elemento tragico, e generalmente quando la vera identità della volpe è scoperta questa abbandona l'amato, o in altre occasioni lo sposo si sveglia da un sogno, lontano da casa, e scopre di aver vissuto per molto tempo nella tela di illusioni della volpe.
Molte storie parlando di volpi che concepiscono bambini; questi mezzosangue (han'yō) hanno sempre aspetto umano, ma posseggono eccezionali doti fisiche o poteri soprannaturali, che spesso passano in eredità ai propri figli. La natura di queste doti, però, varia molto da una fonte all'altra; tra quelli di cui si dice che abbiano ereditato tali doti c'è l'onmyōji Abe no Seimei, di cui si dice fosse un han'yō di kitsune.
La più antica storia nota di una sposa-volpe, che costituisce anche un'etimologia popolare della parola kitsune, è un'eccezione alla norma in quanto non finisce tragicamente. In questa storia, la volpe assume le sembianze di una donna e sposa l'uomo, e i due, nel corso dei molti anni vissuti insieme, hanno diversi bambini; lei è costretta a rivelare la sua identità quando, terrificata da un cane, ritorna alle sembianze volpine per nascondersi, in presenza di testimoni. Si prepara quindi ad abbandonare la casa, ma il marito la ferma dicendo "Ora che abbiamo passato tanti anni insieme, ed io ho avuto da te molti figli, non posso dimenticarti. Per favore torna a dormire con me." La volpe acconsente, e da allora ogni notte torna dal marito con l'aspetto di donna, e ogni mattina se ne va con l'aspetto di volpe. Per questo è chiamata kitsune, perché in giapponese antico "kitsu-ne" significa "viene e dorme" mentre "ki-tsune" significa "torna sempre".
Gli studiosi invece suggeriscono che le origini della parola "kitsune" possano essere dovute ad un'onomatopea: "kitsu" era il verso delle volpi secondo i giapponesi, un po' come "bau" è il verso del cane secondo gli italiani. "-ne" è traducibile come "rumore" perciò "kitsune" identificherebbe l'animale attraverso il suo verso; però "kitsu" non è più usato per indicare il verso della volpe da molto tempo, se mai lo è stato; i giapponesi moderni trascrivono il verso della volpe con "kon kon" o "gon gon."

Kitsunetsuki(anche kitsune-tsuki):


letteralmente significa "posseduto dalla volpe". Si credeva che la volpe potesse entrare nel corpo delle sue vittime, generalmente giovani donne, attraverso l'unghia o il seno. In alcuni casi, sembra che i tratti del viso del posseduto cambiassero leggermente in modo da somigliare ad una volpe. Secondo la tradizione giapponese i posseduti analfabeti sapevano improvvisamente leggere e scrivere..

Passa poi a notare che, una volta liberata dalla possessione, la persona non sarà più in grado di mangiare tofu, azukimeshi, o altri cibi amati dalle volpi.
Le vittime di kitsunetsuki erano trattate con gran crudeltà nella speranza che la kitsune se ne andasse di sua volontà. Non era insolito che fossero picchiati o gravemente ustionati. Nelle stesse occasioni, intere famiglie furano emarginate dalle loro comunità dopo che si diffuse la convinzione che uno di loro fosse posseduto.
In Giappone, kitsunetsuki era una diagnosi comune per la follia fino al XX secolo; la possessione era la spiegazione per il comportamento anormale che mostravano gli individui colpiti.
Kitsunetsuki è anche una psicosi etnica che esiste solo nella cultura giapponese, in cui le vittime credono di essere possedute da una volpe; tra i sintomi l'ossessione per il riso e i fagioli rossi, apatia, irrequietezza, e avversione per il contatto visivo. Può essere considerato una forma di licantropia clinica.

Tanuki:
Il Cane Procione (Nyctereutes procyonoides), in giapponese Tanuki (狸, katakana タヌキ?) è un animale originario dell'Estremo Oriente simile al tasso e al procione, ma a differenza di questi appartiene alla famiglia dei canidi. Ma i cani che si trovano nel Giappone sono in effetti due sottospecie, N. p. viverrinus, il (ordinario) Cane procione giapponese e N. p. albus, la varietà bianca trovato su Hokkaidō.

I tanuki sono parte della mitologia del Giappone sin da tempi antichi; si ritiene che sia malizioso e scherzoso, maestro del travestimento e mutaforma, ma in qualche modo ingenuo e distratto.
L'attuale divertente immagine del tanuki si è probabilmente sviluppata durante l'epoca Kamakura. Il tanuki selvaggio ha testicoli insolitamente grandi, caratteristica spesso esagerata nelle rappresentazioni artistiche della creatura; i tanuki sono talvolta rappresentati con i testicoli poggiati su una spalla come come un sacco, o mentre li usano come tamburo. I tanuki sono inoltre generalmente rappresentati con una pancia molto grande; talvolta usano la pancia come tamburo, specialmente nei disegni dei bambini. Una filastrocca molto comune in Giappone fa esplicito riferimento alle sue caratteristiche più appariscenti: Tan Tan Tanuki no kintama wa / Kaze mo nai no ni / Bura bura bura ("Del Tan Tan Tanuki le palle stan / Seppure il vento soffiando non sta / Girando girando girando." [1]
Durante le epoche Kamakura e Muromachi, alcune storie cominciarono a parlare di tanuki più sinistri; la storia di Kachi-kachi Yama, compresa nell'Otogizōshi, parla di un tanuki che picchia a morte una vecchia e la serve a tavola al marito inconsapevole come "zuppa di vecchia". Altre storie parlano di tanuki come indifesi e produttivi membri della società. Diversi tempi hanno storie di sacerdoti che erano in realtà tanuki travestiti. Secondo alcune tradizioni i tanuki sono trasformazioni delle anime degli oggetti usati per più di cento anni.
Una popolare storia conosciuta come Bunbuku chagama narra invece di un tanuki che inganna un monaco trasformandosi in una teiera. Un'altra parla di un tanuki che inganna un cacciatore camuffando le sue braccia come ramoscelli, finché non allarga entrambe le braccia insieme e cade dall'albero. Si dice che i tanuki ingannino i mercanti con foglie camuffate da banconote. Alcune storie raccontano che le foglie facciano parte integrante del modo in cui il tanuki cambia aspetto..
In metallurgia, spesso si usava pelle di tanuki per raffinare l'oro. Di conseguenza, si cominciò ad associare i tanuki con le miniere e la lavorazione dei metalli, e li si vendeva come decorazione e portafortuna per la prosperità.
Statue di tanuki si possono trovare davanti a molti templi e ristoranti giapponesi; in queste spesso indossa un grande cappello a forma di cono e porta una bottiglia di sake. Le statue di tanuki hanno sempre una grande pancia, mentre sculture moderne possono anche non avere i grandi testicoli: questi attributi esagerati sono simbolo di abbondanza e prosperità.
Il recente libro di Tom Robbins Villa Incognito ha avuto il merito di diffondere il mito del tanuki anche in Occidente.


















Tengu:
I tengu assumono varie forme, ma generalmente sono rappresentati come uomini-uccello, dotati di un lungo naso prominente o addirittura di becco, con ali sulla testa e capelli spesso rossi; quelli meno potenti, karasu tengu (烏天狗, karasu tengu?), kotengu (小天狗, kotengu?) or konohatengu (木の葉天狗, konohatengu?) sono ritratti come più simili agli uccelli. La faccia può essere rossa, verde o nera, e le loro orecchie e capelli sono generalmente umani; sono dotati di ali che battono rapidamente come quelle di un colibrì, e ali e coda sono piumate, e talvolta lo è tutto il corpo. Talvolta portano un pastorale buddhista con anelli in cima detto shakujo, che serve a combattere o a difendersi dalla magia oscura.
Gli yamabushi tengu (山伏天狗, yamabushi tengu?), ootengu (大天狗, ootengu?) o daitengu sono più umani dei loro cugini karasu; sono alti con pelle e faccia rossa, ma hanno un naso incredibilmente lungo. Spesso sono usati nelle storie per parodiare il buddhismo; portano un bastone (bō) o un martellino. Anche loro talvolta hanno caratteristiche aviarie, come ali o un mantello di piume; secondo alcune leggende hanno dei ventagli hauchiwa, fatti con piume o foglie di Aralia japonica, e lo usano per controllare la lunghezza del naso o scatenare fortissime raffiche di vento.
Dei tengu atipici sono il guhin, simile a un cane, e lo shibatengu, simile a un kappa.
I tengu possono trasformarsi in animali (uccello, volpe, o cane procione - nota che gli altri due sono a loro volta capaci di fare lo stesso: vedi kitsune e tanuki) o esseri umani, anche se generalmente mantengono alcune caratteristiche del loro aspetto, come un naso particolarmente lungo o una costituzione simile ad un uccello.
I Tengu sono quasi sempre ritratti vestiti come eremiti di montagna (yamabushi), monaci buddhisti o sacerdoti shintoisti. Anche se sono dotati di ali e possono volare, generalmente sono anche in grado di teletrasportarsi magicamente.
I tengu abitano le montagne del Giappone, e preferiscono fitte foreste di pini e crittomerie; sono specialmente associati ai monti Takao e Kurama. La terra dei tengu è anche chiamata Tengudō, che può corrispondere ad una locazione geografica, una parte di un regno demoniaco, o semplicemente un nome per ogni accampamento di tengu.
Le leggende spesso descrivono la società dei tengu come gerarchica: i karasu fungono da servi e messaggeri degli yamabushi, e in capo a tutti c'è un re dai capelli bianchi, Sōjōbō, che vivrebbe sul monte Kurama. Inoltre, molte aree del Giappone si dicono infestate da tengu con altri nomi, spesso anche venerati nei templi. Sebbene siano sempre raffigurati come maschi, i tengu depongono uova.
I konoha-tengu sono associati a Sarutahiko, il dio Shintō degli incroci, dei sentieri, e del superamento degli ostacoli; l'associazione nasce probabilmente dal lungo naso del dio simile a una proboscide. Secondo altri studiosi però i tengu deriverebbero dal dio Susanoo; le loro caratteristiche aviarie li avvicinano inoltre anche ai garuda della mitologia buddhista.
I tengu sono creature capricciose, e le leggende li descrivono a volte benevoli e a volte malvagi; talvolta si divertono a giocare scherzi pesanti, come appiccare fuochi a foreste o porte di templi, o addirittura mangiare le persone (molto raro). I tengu amano camuffarsi da viandanti umani, assumendo forme amichevoli, come eremiti itineranti; dopo aver guadagnato la fiducia della vittima (nelle leggende spesso monaci buddhisti), i tengu ci giocano, ad esempio facendola volare o immergendola in un'illusione, che sono esperti a creare. Oppure, i tengu la rapiscono, pratica nota come kami kakushi o tengu kakushi — rapimento divino o da tengu. Le vittime spesso si svegliano molto lontano senza alcuna memoria del tempo trascorso; le sparizioni di bambini sono spesso incolpate ai tengu, soprattutto se sono poi ritrovati in stato confusionale. I tengu possono anche comunicare con gli umani per telepatia, e sono talvolta accusati di possessione demoniaca o controllo della mente. Grazie ai loro scherzi malvagi, la gente talvolta lascia loro delle offerte (generalmente riso o pasta di fagioli), per ingraziarseli.
I tengu sono orgogliosi, vendicativi, facili all'ira, particolarmente intolleranti di arroganti, blasfemi, coloro che abusano del loro potere e della loro conoscenza per tornaconto personale, e coloro che arrecano danno alle foreste in cui essi abitano; questa particolarità li spinge a provocare monaci e sacerdoti, e in epoca antica samurai (secondo alcune tradizioni gli arroganti si reincarnano in tengu). Talvolta gli si attribuisce un istinto politico, e si immischiano negli affari dell'umanità per impedirle di diventare troppo potente o pericolosa. Nonostante la loro intolleranza per questo attributo, i tengu sono noti per essere egoisti, da cui la locuzione tengu ni naru ("diventare un tengu"), cioè fare il vanitoso; in almeno una leggenda si afferma che i tengu che si comportano altruisticamente possono reincarnarsi in esseri umani.
I tengu non sono immortali, ma un tengu gravemente ferito può trasformarsi in un uccello (spesso corvo o rapace) e volare via. I tengu sono esperti di arti marziali, tattica, e ottimi armaioli: talvolta insegnano parte del loro sapere ad esseri umani, ad esempio l'eroe Minamoto no Yoshitsune imparò il kenjutsu (tirar di scherma con la katana) dal re dei tengu, Sōjōbō. In realtà non è necessario che lo studente incontri il tengu di persona, perché il tengu può insegnare nei sogni. La maschera nera indossata dai ninja è chiamata tengu-gui proprio per l'associazione dei tengu con il combattimento.
Il mito dei tengu è stato probabilmente importato dalla Cina: il loro nome è scritto con gli stessi kanji del cinese Tiangou (天狗? pinyin Tiāngǒu - "cane del cielo"), il nome di Sirio nell'astrologia cinese, e forse il nome dato a una meteora dalla coda di cane che precipitò in Cina nel VI secolo a.C. Di fatto, in Cina si sviluppò un'intera classe di demoni di montagna chiamati tiangou, molto simili ai tengu giapponesi nel loro comportamento maligno; questi tiangou furono probabilmente introdotti in Giappone dai primi buddhisti nel VI-VII secolo, e lì si fusero con gli spiriti indigeni dello Shinto. Le prime leggende di tengu parlano solo dei karasu (corvo), quasi invariabilmente maligni; diventano sempre più umanoidi col passare del tempo, e anche meno malvagi. I tengu simili a monaci sono quelli più spesso rappresentati in arte, ma questa è una delle varianti più recenti, probabilmente nate dalla fusione di storie di yamabushi dotati di poteri magici e di tengu di montagna.
Durante l'epoca feudale giapponese, la corruzione dilagò tra il clero buddhista, e fu durante questo periodo che i tengu cominciarono a punire i blasfemi, e questa associazione li rese i protagonisti ideali per gli autori del periodo Kamakura che volevano criticare in sicurezza i vizi del clero; i monaci di montagna yamabushi erano visti dal popolo come un baluardo alla corruzione, e questo spiega come i tengu assunsero il loro attuale aspetto yamabushi.
Durante il periodo Edo, i mercanti olandesi erano gli unici europei a cui era consentito entrare in Giappone, ed è stato suggerito che i tengu yamabushi, con occhi grandi e nasi lunghi, possano aver avuto origine dai contadini che pensavano che quegli stranieri dall'aspetto inconsueto fossero mostri travestiti. Alla fine dell'epoca Edo, ufficiali governativi affiggevano avvisi in cui intimavano ai tengu di lasciare la zona prima di ogni visita dello shogun.



Una favola molto nota parla di due tengu seduti in cima a una montagna che possono estendere il loro naso a grandi distanze, seguendo gli allettanti odori provenienti dal villaggio sottostante. Un gran numero di storie prevede un ventaglio, ricevuto in dono o comprato da un tengu, sventolando il quale è possibile cambiare la lunghezza del proprio o dell'altrui naso, magicamente ma non permanentemente.

Perseo e Andromeda

PERSEO
Perseo è un eroe di origine argiva; figlio di Zeus e di Danae, figura tra i diretti antenati di Eracle. La storia di Perseo comincia nel mare, perché Acrisio, padre di Danae, vi fece gettare il bimbo di pochi mesi e la madre, dentro un'arca di legno.
Questo perché un oracolo aveva detto ad Acrisio che un figlio di Danae, divenuto adulto, l'avrebbe ucciso; egli allora aveva rinchiuso la figlia in una camera di bronzo inaccessibile. Ma Zeus, in forma di pioggia d'oro, era sceso nella stanza da una fessura e si era unito a Danae, così mettendo al mondo Perseo; Acrisio aveva allora deciso di liberarsi del nipote affidandolo al mare con sua madre.

Sarcofago con il mito delle Danaidi, del IV secolo, da Tuscania, oggi a Roma, Museo Nazionale di Villa Giulia








L'arca fu sospinta dai flutti sulle rive dell'isola di Serifo, nelle Cicladi, dove i naufraghi furono salvati e ospitati da Ditti, fratello del re Polidette. Quest'ultimo, quando Perseo fu adulto, gli ordinò di recidere e portargli la testa di Medusa (l'unica, delle tre Gorgoni, mortale) come dono per le sue nozze con Danae, cui egli aspirava.

Statua in bronzo di Benvenuto Cellini, nella Loggia dei Lanzi a Firenze.




















Il giovane, con l'aiuto di Atena e di Ermes, riuscì nell'impresa: andò prima dalle sorelle Graie - le "vecchie donne" mai state giovani - che egli privò dell'unico occhio e dell'unico dente che avevano in comune, riuscendo così ad estorcere loro il segreto della sede delle Ninfe.
Esse gli dettero i calzari alati, la cappa (o secondo un'altra versione, un elmo) che rendeva invisibili, e una bisaccia dove porre la testa recisa di Medusa.
Perseo si innalzò nel cielo grazie ai calzari alati e, con l'aiuto di Atena, che teneva al disopra di Medusa uno scudo di bronzo levigato, che faceva da specchio, decapitò il mostro.
Mentre dal collo decapitato della Medusa scaturivano Pegaso, il cavallo alato, e il gigante Crisaore, Perseo mise la testa nella bisaccia e ripartì, inseguito dalle due altre Gorgoni, inutilmente perché reso invisibile dalla cappa avuta dalle Ninfe.

Perseo e Andromeda, pittura parietale da Pompei, I sec.Napoli, Museo Arch. Nazionale















Sulla via del ritorno liberò, nella terra degli Etiopi, la figlia del re Cefeo, Andromeda, che era stata esposta su una roccia per essere divorata da un mostro marino: l'aveva condannata Poseidone, irato per un'offesa ricevuta dalla moglie di Cefeo.
Perseo, giunto in volo sul cavallo alato, uccise il mostro e, dopo aver vinto in duello il pretendente di Andromeda, la sposò e la condusse con sé.

Ermes, con copricapo alato e caduceo, in uno specchio etrusco del IV sec. a. C., oggi a Roma, Museo Nazionale di Villa Giulia


















Giunto a Serifo si vendicò di Polidette, che aveva tentato di usare violenza a Danae, e pietrificò il re e i suoi amici, mostrando loro la testa di Medusa. Restituì poi ad Ermes i sandali, la bisaccia e il manto, che il dio rese alle Ninfe, loro legittime proprietarie, mentre Atena poneva la testa della Medusa al centro del proprio scudo.
Tornato con la madre ed Andromeda ad Argo, per ricongiungersi al nonno, non lo trovò, perché Acrisio era fuggito nel paese dei Pelasgi, temendo sempre l'avverarsi dell'oracolo; si recò allora colà per persuaderlo a ritornare ad Argo, ma, partecipando ai giochi indetti dal re di Larissa, colpì il nonno con un disco durante una gara: così si avverò l'oracolo perché Acrisio morì. Pieno di dolore Perseo non osò tornare ad Argo per richiedere il regno di colui che aveva ucciso e scambiò Argo con Tirinto, dove regnava suo cugino Megapente, e Tirinto con Micene e Mideia fu la sede del suo regno fino alla sua morte.
Perseo è stato rappresentato dall'arte greca come un giovane con calzari alati, spesso con la testa della Gorgone in mano o nella bisaccia, e così compare in pitture vascolari, in rilievi marmorei o fittili, in specchi etruschi e in pitture pompeiane. In età moderna notevole è la statua in bronzo di Benvenuto Cellini, nella Loggia dei Lanzi a Firenze, commissionata all'artista nel 1545 da Cosimo I.
La Loggia dei Lanzi si trova sull'angolo destro di Palazzo Vecchio; fu costruita fra il 1376 e il 1382 per accogliere le assemblee del popolo e le cerimonie pubbliche, ad esempio quelle per l'insediamento dei Gonfalonieri e dei Priori. La sua prima denominazione fu infatti Loggia della Signoria o "dell' Orcagna", dal nome dell'artista che l'aveva progettata, mentre l'esecuzione fu affidata a Benci di Cione e Simone Talenti. Durante il governo di Cosimo I fu poi destinata ad ospitare le truppe mercenarie del duca, i Lanzichenecchi di cui porta ancora il nome.


ANDROMEDA





Il mito di Andromeda fu trattato nella omonima tragedia di Euripide, di cui ci son giunti alquanti frammenti.
Figlia di Cefeo re dell'Etiopia e di Cassiopea, la giovane era stata offerta quale vittima espiatoria per il peccato di vanità commesso dalla madre contro le dee. Era stata pertanto legata a una roccia, destinata a morire, ma fu salvata da Perseo che, al ritorno dalla sua impresa contro Medusa, se ne innamorò e promise a Cefeo che avrebbe ucciso il mostro mandato a flagellare l'Etiopia quale castigo, se avesse acconsentito a dargliela in moglie. Medusa era una delle tre Gorgoni, figlie di divinità marine, che avevano la testa circondata da serpenti, zanne come cinghiali, mani di bronzo e ali d'oro che consentivano loro di volare; ma soprattutto avevano il potere di pietrificare chi ne avesse incrociato lo sguardo. Anche Fineo, fratello di Cefeo, aspirava alla mano della giovane, e pertanto complottò contro Perseo. Questi allora rivolse contro i nemici la testa di Medusa, che li trasformò in pietra, e portò Andromeda come propria moglie ad Argo.



Secondo un'altra versione del mito, riferita dal mitografo Conone, Cefeo regnava sulla terra che poi sarebbe stata chiamata Fenicia dal nome di Fenice. Questi si era innamorato di Andromeda, che era tuttavia corteggiata anche dallo zio paterno. Cefeo, per non scontentare il fratello, preferendogli Fenice come sposo per la figlia, escogitò uno stratagemma: Andromeda, trovandosi sull'isoletta dove venerava la dea Afrodite, sarebbe stata rapita da Fenice sulla nave chiamata Balena. Tuttavia Andromeda, ignorando la messa in scena ideata dai due uomini, si spaventò e cominciò a lanciare alte grida d'aiuto. La sentì Perseo che si trovava nei dintorni, il quale si innamorò di lei a prima vista, devastò la nave e trasse in salvo la ragazza, che portò con sé a Tirinto, dove regnò con lei.
La costellazione fu introdotta da Tolomeo nel cielo boreale a sud di Cassiopea e di Pegaso. Le stelle più luminose formano in cielo una linea retta che prolunga la diagonale del "quadrato di Pegaso". Presso la stella gAndromedae c'è la famosa nebulosa di Andromeda, galassia del tutto simile alla Via Lattea, l'unica esterna visibile a occhio nudo e la più vicina dopo le nubi di Magellano, che sono considerate piuttosto galassie satelliti del nostro sistema.

Le costellazioni e i miti greci


Com’è nato lo zodiaco?

Al giorno d’oggi due italiani su cinque ammettono di non essere in grado di uscire di casa senza aver prima consultato l’oroscopo, croce o delizia a seconda che riporti fortuna o sciagura nel corso della giornata.
Probabilmente anche i nostri avi avvertivano il bisogno di conoscere il futuro ma soprattutto di avere cognizione dei giorni propizi per svolgere le attività fondamentali come quelle agricole o legate al bestiame.
Così è possibile che abbiano realizzato un primo rudimentale zodiaco affinché ricordasse l’avvento dei tempi per la semina, il raccolto, l’accoppiamento degli animali.
Eppure agli inizi del Neolitico i primi abitatori della terra non avevano interesse a speculare sulle caratteristiche e sul movimento degli astri.
La loro vita si basava sul ciclo naturale della vita vegetativa: abbondanza di frutti e di cacciagione nel periodo “caldo”, scarsità o mancanza in quello “freddo”, quindi, al massimo, dovevano ingegnarsi solo di mettere in serbo provviste per il periodo sterile.
Successivamente, reggendo il Neolitico un’economia basata sulla pastorizia e sulla cultura dei campi, maturò la necessità di tener conto della periodicità annuale dei tempi utili per la vangatura, la semina, il trapianto, l’accoppiamento degli animali, la tosatura, e quindi la necessità di prevedere le variazioni stagionali.
Si cominciarono allora ad osservare i segni celesti che con la loro comparsa nel cielo nel cielo notturno anticipavano i periodi di pioggia o di siccità, di temporali, di inondazioni e soprattutto i segni che erano in relazione con il percorso del sole.
L’idea dello zodiaco nacque spontaneamente.
I segni non furono subito dodici, ma in numero maggiore o minore a seconda delle esigenze delle culture che li determinavano.
Per memorizzare gli asterismi che con la loro presenza indicavano l’inizio o la fine dei periodi da tener presenti, si attribuì loro un nome ed un immagine che si riferivano a qualche fattore della vita agropastorale coincidente con la comparsa di quella determinata costellazione.
Tali ricorrenze periodiche, specie quelle che facevano sperare abbondanza di mietitura, di vendemmia, di raccolto, di fecondità del bestiame, venivano celebrate con festosa allegria, fino a diventare solennità a carattere sacro, con riti e offerte di primizie per ringraziamento e propiziazione degli astri ritenuti autori dei fenomeni naturali e perciò venerati quali esseri divini.
Solo in epoca storica, affievolitesi il ricordo dell’interpretazione naturalistica degli asterismi, si cercò di dar loro altre spiegazioni.
La cultura greca classica ravvisò nei segni delle costellazioni personaggi mitici trasformati in astri come premio per qualche loro impresa eroica o ricompensa per qualche offesa patita.
Le costellazioni diventarono i simboli della giustizia divina e incitava i credenti a ricavarne un insegnamento morale o religioso.



Ariete

L’ingresso del sole in questo segno annuncia il momento in cui, come dice il poeta Lucrezio, gli animali esultano per i fertili pascoli, percossi in cuore dall’istinto amoroso e in quell’occasione l’ariete era pronto per gli accoppiamenti.
Per le civiltà pastorali ciò era simbolo e augurio di prosperità e il ridestarsi della natura dopo il letargo invernale segnava per gli antichi non solo una nuova stagione, ma anche l’inizio dell’anno civile, eccetto che per gli Egizi, per i quali la rinascita della vita naturale e quindi il capodanno erano indicati dal levare eliaco di Siro(in egiziano Sothis) perché coincideva con i primi rigonfiamenti delle acque del Nilo.





Toro

Anche il toro era un animale importante per le antiche civiltà.
La sua forza e la maestosità delle sue corna arcuate divennero ben presto simbolo della potenza regale, soprattutto nel mondo egizio e in quello cretese-miceneo.










Gemelli

L’ origine di questa costellazione è da cercare presso i babilonesi.
Anche i Greci ebbero senza dubbio l’idea di una coppia nelle due stelle brillanti che appaiono come due teste umane, una vicino all’altra, ma il mito greco dei due Dioscuri, Castore e Polluce, venerati quali protettori della giovinezza e, in seguito, della navigazione, è una costruzione fantasiosa sui nomi primitivi che indicavano semplicemente la luminosità delle due stelle: Castor in greco significa “brillare” e Pollux “molto luminoso”.








Cancro

La disposizione di queste stelle ha suggerito agli antichi la figura di un crostaceo.
Già in accadico l’asterismo era indicato con il nome di un granchio di terra; in Egitto era invece rappresentato da due tartarughe sovrapposte.
Sia il nome greco che quello latino derivano dall’indo-europeo Karkratah, gambero.










Leone

Fu facile fin dai tempi più antichi individuare un leone nell’ampia e luminosa costellazione, tanto più associando l’immagine visiva con la forte azione calorifica del sole quando l’attraversa.












Vergine

La disposizione delle stelle non suggerisce affatto l’idea di una figura femminile attribuì a tutto l’asterismo il nome che sia in greco che in latino significa fanciulla.
In un primo tempo durante le antiche feste ateniesi i facevano dondolare appese agli alberi bambole simboleggianti i grappoli d’uva.
Più tardi questa figura venne fatta coincidere, per suggestione egizia, con l’immagine della dea Iside con Orus bambino in braccio.
Quindi la Vergine venne assimilata nei miti greci con Iside, Cerere, e Cibele.






Bilancia

Già i Babilonesi indicavano questa formazione di stelle come “bilancia del cielo” ma, altri popoli la consideravano come parte dello scorpione.
Arato separò questo trapezio dallo scorpione, ma non tutti accettarono l’introduzione di questo segno zodiacale.
A Roma, ai tempi di augusto vi erano ancora discussioni fra coloro che sostenevano l’unione di questa costellazione dello scorpione e coloro che lo introducevano separatamente col nome di Libra.






Scorpione

La disposizione delle sue stelle ha ben potuto suggerire all’immaginazione primitiva l’apparenza di uno scorpione, con la coda e il dardo uncinato.
In opposizione allo splendido segno del gigantesco Orione lo Scorpione, che si eleva all’orizzonte quando l’altro scompare, è diventato nella mitologia greca il drago che ha avvelenato l’eroe tebano per impedirgli di violentare Diana.










Sagittario

Già i Babilonesi rappresentavano la costellazione con l’immagine di un uomo avente una coda di scorpione o con quella di un centauro alato.
Il nome greco di questa costellazione significa “arciere” e da qui deriva il latino Sagittarius.
La mitologia greca riconobbe nel personaggio il centauro Chirone, istruttore di Achille e così designato anche dai poeti latini.





Capricorno

I Babilonesi lo rappresentavano nella forma di capro con la coda di pesce, come se fosse un mostro acquatico.
In Egitto il segno era dapprima la figura di un montone, poi quella di un animale metà capro e metà pesce.
Da qui derivò la leggenda egiziana di un dio che per sfuggire alle ire del gigante Tifone si era gettato in acqua e si era mutato in quell’ animale.
In latino il nome della costellazione è Capricornus o Piscinus Caper.




Acquario

I soli elementi di questa vasta figura che sono facilmente riconoscibili nel cielo sono la corrente d’acqua e l’urna capovolta.
Il personaggio umano è stato creato per dare un portatore all’urna.













Pesci

La forma di due pesci, uniti da un nastro, non è nettamente visibile, a causa della poca brillantezza delle stelle.
Molti popoli antichi riconoscevano solo il pesce superiore.
Tra i miti relativi al segno dei pesci è particolarmente interessante quello collegato ad Atargatis, la Venere siriaca: furono i due pesci a trovare nell’Eufrate e a portare a riva l’uovo sacro che, covato da una colomba, diede origine alla dea.

venerdì 1 febbraio 2008

La fine del mondo secondo i Maya

LE CINQUE ERE DEI MAYA

Secondo i Maya ci furono cinque Ere cosmiche, corrispondenti
ad altrettante civiltà.
Le precedenti quattro Ere (dell’Acqua, Aria, Fuoco e Terra) sarebbero tutte terminate con degli immani sconvolgimenti ambientali.Alcuni studiosi affermano che la prima civiltà - quella distrutta
dall’Acqua - era Atlantide. Nel Popol Vuh dei Maya Quiché,
si legge: "un diluvio fu suscitato dal Cuore del Cielo...
una pesante resina cadde dal cielo.. la faccia della terra si oscurò,
e una nera pioggia cadde su di essa, notte e giorno".Secondo il calendario Maya, l’attuale Età dell’Oro (la quinta), terminerà nel 2012. Cosa ci dobbiamo aspettare? Secondo i ricercatori Maurice Cotterell e Adrian Gilbert, i cataclismi che caratterizzarono la fine delle Ere Maya furono causati da una inversione del campo magnetico terrestre, dovuto ad uno spostamento dell’asse del pianeta. La Terra infatti subirebbe periodicamente una variazione dell’inclinazione assiale rispetto al piano dell’ellittica del sistema solare. Ciò provocherebbe scenari apocalittici, descritti dallo storico Immanuel Velikvosky nel suo libro "Earth in Upheaval"."...Un terremoto farebbe tremare il globo intero. Aria e acqua si muoverebbero di continuo per inerzia, la Terra sarebbe spazzata da uragani e i mari investirebbero i continenti... La temperatura diverrebbe torrida e le rocce verrebbero liquefatte, i vulcani erutterebbero, la lava scorrerebbe dalle fratture nel terreno squarciato, ricoprendo vaste zone. Dalle pianure spunterebbero come funghi le montagne, che continuerebbero a salire sovrapponendosi alle pendici di altre montagne e causando faglie e spaccature immani.I laghi sarebbero inclinati e svuotati, i fiumi cambierebbero il loro corso, grandi estensioni di terreno verrebbero sommerse dal mare con tutti i loro abitanti. Le foreste sarebbero divorate dalle fiamme e gli uragani e i venti impetuosi le strapperebbero dal terreno... Il mare, abbandonato dalle acque, si tramuterebbe in un deserto. E se lo spostamento dell’asse fosse accompagnato da un cambiamento nella velocità di rotazione, le acque degli oceani equatoriali si ritirerebbero verso i poli e alte maree e uragani spazzerebbero la Terra da un polo all’altro.Lo spostamento dell’asse cambierebbe il clima in ogni luogo...
Nel caso di un rapido spostamento dell’asse terrestre, molte specie di animali sulla Terra e nel mare sarebbero distrutte e la civiltà, se ancora esistesse, sarebbe ridotta in rovine".Lo scenario ipotizzato da Velikovsky, presuppone la fine della vita sul pianeta terra. Per le persone che ignorano la fisica, può sembrare eccessivo. Alcuni direbbero farneticazioni, ma vi assicuro che nell’universo eventi del genere sono all’ordine del giorno. Inoltre basterebbe un asteroide di grosse dimensioni che colpisse il nostro pianeta per evocare scenari del genere. L’assurdo è che tutto questo sarebbe naturale. Quello che non è naturale è credere che sia impossibile. Sono certo che se l’uomo avesse la consapevolezza di quanto è fragile e precaria la sua esistenza su questo pianeta perderebbe l’illusione di possedere il massimo possibile, incurante delle vittime innocenti che tale scelta comporta.Velikovsky , oltre a ricalcare le leggende Maya, espone scientificamente le profezie del monaco Basilio Cotterell, in base ai suoi studi sull’attività delle macchie solari e sul calendario Maya, ha concluso che la profezia relativa alla fine della quinta Era deriva da un calcolo della prossima inversione del campo magnetico terrestre, prevista per il 2012. Alcuni studiosi americani affermano che la civiltà Maya fu distrutta da calamità naturali, quali l’improvviso innalzamento della temperatura terrestre. E secondo loro tali fenomeni sono ciclici.Secondo i Maya tali eventi sarebbero previsti per il 2012.
Chissà, forse fu proprio uno spostamento dell’asse terrestre che fece scomparire la civiltà Maya. Ad avvalorare tale profezia, anche se indirettamente, è il dossier presentato dal Pentagono nel 2003 in cui per il 2020 si prevedono immani catastrofi che sconvolgerebbero il pianeta, provocate dall’aumento della temperatura. Secondo recenti studi, tutto lascia credere che ciclicamente la terra subisce una specie di reset, per dare inizio ad una nuova era. Secondo alcuni studiosi siamo prossimi a tale traguardo...


LA PROFEZIA MAYA


La civiltà Maya raggiunse traguardi scientifici notevoli. ..
Per contare gli anni, utilizzava stelle e pianeti: il "Grande Conto", basato sui movimenti del pianeta Venere. Essi divisero il tempo in una serie di cicli che cominciavano dalla nascita di Venere. Ogni ciclo durava 1 milione e 872 000 giorni. Il ciclo che ora stiamo vivendo ha avuto inizio il 13 agosto dell'anno 3114 prima di Cristo e finirà il 21 dicembre 2012 dopo Cristo. I Maya erano del tutto sicuri dell'attuale ciclo ed erano altrettanto convinti che fosse l'ultimo. Quando il mondo avrà completato questo ciclo, dicevano, finirà fra disastrose inondazioni, terremoti e incendi: uno scenario molto simile alle profezie del Nuovo Testamento.
.. Sotto i nostri occhi tutti i giorni ci sono le guerre (pensate addirittura che siamo arrivati a fare una guerra per fare la pace!), .. i vulcani sembrano essersi svegliati da lunghi anni di letargo, i terremoti e i maremoti fanno tremare il cuore degli uomini. Vediamo continuamente alluvioni e tifoni che sembrano spazzare via come dello sporco, come se ci fosse qualcosa da lavare. .. E la Terra riceve ogni giorno la sua abbondante razione di contaminazione, con gli scarti industriali e l'immondizia.
Stiamo devastando l'armonia naturale. Che il clima sia cambiato è l'opinione di tutti, anche se a volte facciamo finta che non sia vero.
La temperatura sta aumentando e non ce ne preoccupiamo più di tanto, e questo aumento provoca piogge anomale con conseguenze di tifoni, tornadi, terremoti...
In molte religioni ci sono profezie che coincidono nell'affermare che stiamo vivendo un periodo particolarmente difficile, che annuncia un passaggio dell'umanità verso una nuova era. .. I Maya, qualcosa che abbiamo conosciuto soltanto nel 1500 con l'invasione degli spagnoli, hanno previsto tutto questo, perché è tutto scritto. Facendo uno studio scientifico e religioso sul funzionamento dell'universo sono riusciti a leggere nelle leggi imperscrutabili del cosmo, a scoprire gli effetti e le cause.
Quali sono gli effetti che causiamo noi alla Terra, alla galassia, al cosmo, con il nostro comportamento e quali sono gli effetti dei movimenti degli astri nel nostro comportamento.
Quello che resta incomprensibile è com'è possibile che da un calendario si possa desumere tutto questo? Allora spieghiamo un attimo cosa significa il calendario per i Maya. Il calendario così come lo conosciamo noi oggi, così come ci è arrivato, è probabilmente l'apice di un certo tipo di cultura del I° secolo a.C., tra il 50 e il 100 a.C. e quasi sicuramente a detta degli esperti, non sono stati i Maya ma i Toltechi a farlo, un popolo che veniva dal nord anche se non si sa di preciso da dove, forse avevano conosciuto altre civiltà! Questo calendario è così preciso, fatto da sacerdoti che erano anche astronomi, filosofi e scienziati, che l'eclissi solare dell'11 agosto 1999 si è verificata con 33 secondi di ritardo rispetto al tempo previsto dai Maya, previsione fatta intorno al 3.000 a.C.!
Il calendario Maya è costituito da 9 elementi fondamentali: il Giorno che si chiama Kin, che nominava anche il Sole e il sacerdote solare, quindi qualcosa di vicino, di caldo, che da vita. Ogni giorno ha un proprio nome e quindi ci sono diversi Kin. Poi ci sono i Uinal, i mesi: sono di 20 giorni più un mese aggiuntivo di 5 giorni per arrivare a 365. Non aggiungevano un giorno ad un mese ogni 4 anni come facciamo noi, non c'era l'anno bisestile, tutti gli anni c'era un mese di 5 giorni, quindi arrivavano sempre a 365. Poi c'era il Tun che equivale all'anno di 365 giorni, il Katun che sono 20 anni, cioè 20 Tun, il Baktun, il Karaktun, che moltiplicano sempre per 20, il Kinciltun fino ad arrivare all'Autun. Vanno poi aggiunte altre piccole modificazioni, in modo da avere una precisione di tempi sulle stagioni e sugli orari, in modo che l'anno era sempre conteggiato con precisione.
La cosa che va sottolineata maggiormente è che lo scopo principale del calendario non era quello di stabilire con precisione le date degli avvenimenti, era lo strumento principale per raccordare le azioni degli uomini e dei capi Maya con tutto il movimento dell'universo.
L'azione doveva concordare con l'equilibrio universale. Le decisioni dei Re dovevano essere concordanti con i ritmi cosmici.
Quindi ci doveva essere un equilibrio tale che doveva essere preso da questi movimenti riportati nel calendario. Ecco perché i nostri scienziati, quando sono andati a fare gli scavi si sono trovati di fronte a dei monumenti che sicuramente erano stati costruiti nel II° secolo dopo Cristo, due monumenti uguali, soltanto che uno riportava tutti gli avvenimenti di 3.000 anni prima e uno gli avvenimenti di 90.000 anni dopo. E non si riusciva a spiegare perché costruivano quei calendari che non servono per le datazioni.
I Maya hanno scoperto che così come la Terra gira intorno al Sole, tutto il sistema solare nel quale anche la Terra si trova gira intorno alla galassia, fa un giro e il calendario Maya dura 25625 anni, non dura 365 giorni. È come se fosse l'anno galattico e non l'anno terrestre! Lo studio sul Sole che hanno fatto ha permesso loro di scoprire che il sistema solare intero si muove, che l'universo ha dei cicli periodici di tempo che iniziano e che hanno un termine, come il giorno e la notte. Essi scoprirono che il sistema solare percorre una ellisse che ha come centro il centro della galassia. Questo vuol dire che il Sole e tutti i suoi pianeti si muovono in cicli, in relazione alla luce centrale della galassia, che loro chiamavano Unabku, un cosa viva, intelligente, il Dio dell'universo. Essi hanno stabilito che questa ellisse, questo giro completo che compie il sistema solare dura 25.625 anni, il ciclo di un anno galattico, ma loro lo consideravano come un giorno galattico. Dicevano che alla metà di questo percorso, circa 12.800 anni, siamo più vicini al centro della galassia, come avviene per noi con le stagioni. I Maya avevano scoperto che quando il sistema solare andava agli estremi della galassia era la notte, lontano dal Sole; quando si riavvicinava era il giorno. Questo mezzo giro dura 12.800, quindi abbiamo 12.800 anni di giorno e 12.800 di notte, come sono le 12 ore di dì e 12 ore di notte, ci sono le 12 ore dell'alba e le 12 ore del tramonto. E per la notte è lo stesso, ci sono le 12 ore del vespro e le 12 ore che precedono l'alba. Quindi c'è un andirivieni di luci e di ombre, di notte e di sole, che determinano questo giorno galattico. Così scopriamo che esiste un mattino galattico, è il momento in cui lasciamo l'oscurità della notte per entrare nella luce. Esiste il giorno pieno dove il Sole centrale si fa sentire con maggiore intensità e calore ed è l'età di pieno sviluppo delle civiltà, in cui esprimono il meglio di se stesse. Quindi viene la sera, il momento di incertezza, il momento di ansia, dove la luce comincia a mancare. Il quarto ciclo è il vespro dove si realizza un coscienza di tutti i fatti avvenuti, come quando alla sera ci facciamo un esame di coscienza, il momento dei resoconti. Infine ci sarà la notte, la parte più lontana dalla luce, in cui comunque l'occhio rimane attento e vigile in attesa che spunti la nuova alba. Questo é il giorno galattico, questo é l'anno galattico. Se abbiamo capito questa situazione, vi rendete conto che i Maya non facevano il calendario dall'esterno, dicevano soltanto che adesso siamo nel 2000 e stiamo vivendo il passaggio, domani saremo in un certo modo perché abbiamo sperimentato una cosa e avremo un bagaglio diverso; e tutta questa sperimentazione durava appunto 25.625 anni, altro che un ciclo di vite per fare esperienze! Loro vivevano all'interno del calendario che era la loro vita, perché era il momento in cui si rapportavano con il loro esterno e interno. Quindi quando parliamo di profezie Maya non esistono profezie, esistono delle previsioni, delle descrizioni di ciò che sta avvenendo e non di ciò che avverrà; è l'evoluzione dell'uomo, attraverso un ciclo che inizia, poi finisce, poi ricomincia un altro ciclo e così via.
.. Le date che adesso vi dirò rappresentano l'ultimo Katun, cioè gli ultimi 20 anni. Per la precisione comincerò a raccontarvelo dal 13 Au 8 Kauak, cioè dall'11 Agosto 1999. Allora, loro dicono che già dal 1992 l'umanità vive nell'ultimo Katun, un tempo molto importante, perché è il tempo della conclusione del ciclo, la fine dei famosi 25.625 anni, non la fine del mondo. In questo momento viviamo in un mondo di miseria, di odio e di schiavitù, soprattutto morale, psichica, materiale. Questo momento di schiavitù terminerà quando finisce l'ultimo Katun, cioè gli ultimi 20 anni, e dicono perfettamente la data: sabato 21 dicembre 2012. In quel giorno finisce questo ciclo .. in cui noi stiamo vivendo, momento di odio e di paura. Entro questa data dobbiamo fare in modo di ritornare ad essere uomini pensanti. .. L'uomo dovrà .. rivoluzionare se stesso, il proprio pensiero e reintegrarsi in questa musica cosmica a tempo, in modo tale da mettersi in armonia con l'universo. Dovrà comprendere che il tutto è vivo e che egli è parte del tutto.
.. Questo ultimo tempo di 20 anni viene chiamato dai Maya "il tempo del non tempo", perché è il periodo in cui siamo nel momento in cui non è giorno ma nemmeno notte: é prima dell'alba. Questo periodo loro lo indicano negli ultimi 13 anni perché lo fanno partire dal 1999. .. In questo periodo apparirà una .. cometa o asteroide e sarà molto dannosa per l'umanità. La sua traiettoria potrebbe essere d'impatto sulla Terra.... Intanto è vero, gli astronomi inglesi per ultimi hanno dichiarato che hanno fatto una task force con una spesa altissima, affinché "nel caso" e "per ipotesi" che un asteroide venisse dall'universo per impattare sulla Terra, dei missili sarebbero pronti a partire per distruggerlo. Questo è stato pubblicato su tutti i giornali: l'Inghilterra (nel 1999) ha dichiarato pubblicamente che ha istituito una task force; gli americani sono già 7-8 anni che hanno questa task force alla NASA (da cui il film "Armageddon"). Tutti sono in allerta perché è possibile che ci sia un asteroide o una cometa che possa impattare sulla Terra. Ma è degli ultimi anni la diramazione ufficiale in tutti i giornali della notizia che esiste una fascia di asteroidi che si sta avvicinando molto pericolosamente alla Terra, e che con probabilità discutibili, che vanno dal 20% al 75%, una di queste asteroidi potrebbe impattare sulla Terra...